Shing-A-Ling, What A Creepy Thing!

Gli integratori alimentari di origine vegetale nascono per sopperire carenze dietetiche nell’uomo o negli animali, per usare la definizione meno complicata possibile. Questa esigenza tuttavia non è esclusiva del regno animale e difatti diverse piante hanno sviluppato una variegata batteria di stratagemmi, da far valere qualora il luogo in cui si trovano a crescere non garantisca nutrienti essenziali, come ad esempio l’azoto. Per esse il problema è ancor più serio:  in assenza di mobilità individuale non è loro dato spostarsi verso pascoli migliori o cogliere a mano il nutrimento che manca. Esiste però la possibilità di un ribaltamento della prospettiva, come suggerisce Fredric Brown: dall’altra parte della trincea ci sono piante che sopperiscono alle loro carenze dietetiche facendo ricorso ad integratori alimentari di origine animale. Di primo acchito il ribaltamento prospettico non è così sorprendente come in Sentinella ed è pure spoilerato dalle piante carnivore che illustrano questo testo. Ma come definire questa categoria? Lo stereotipo che abbiamo in mente da dove nasce e, soprattutto, è corretto?

Nel mondo un po’ zoocentrico in cui viviamo, l’erbivoria e l’uccisione del vegetale da parte dell’animale sono elementi accettati e naturali, mentre l’inverso appare come un ribaltamento perverso delle regole naturali. Vedere un insetto diventare preda agonizzante di un vegetale bramoso d’azoto smuove anche nel più green di noi qualcosa di mostruoso nel profondo, una crudeltà quasi inaccettabile (e per questo affascinante, no?): la carnivoria vegetale pare più orrida di quella animale. E’ qualcosa di alieno (non a caso molte piante carnivore del cinema e della letteratura vengono from outer space), paragonabile al cannibalismo, per innaturalità. Eppure non è affatto un evento così raro, basta intendersi sul termine “carnivoro” e si scopre che l’assassinio per nutrizione è praticato spesso, volentieri e con metodo anche da piante insospettabili.

La categoria “piante carnivore” innanzitutto non ha un valore botanico e non costituisce una classe uniforme, ma rientrano nell’insieme specie evolutivamente, morfologicamente e tassonomicamente assai distanti tra loro. Anche la definizione dei requisiti minimi per rientrare nel gruppo varia e se analizzata con cura può far emergere adesioni sorprendenti ed inattese. Come per le piante grasse si tratta di specie che hanno optato per una strategia adattiva simile, ma che spesso condividono poco altro e non sono connesse tra loro da legami di parentela. Le piante grasse hanno fusti o foglie modificate per contenere abbondanti tessuti di riserva idrica (parenchimi acquiferi) in genere stipati di mucillagini che trattengono il prezioso liquido, presentano spesso spine ed ovviamente popolano habitat aridi. Ma non sono sempre sorelle, nipoti e neppure cugine tra loro, dal punto di vista del botanico sistematico. Per le piante grasse il problema è l’acqua, per le carnivore la scarsità di azoto o potassio a causa di terreni acidi, torbosi, troppo ricchi d’acqua. Come vedremo tra breve l’inclusione in questo insieme presenta molte sfumature e mentre per le varie Sarracenia, Dionea, Pinguicola, Drosera sussistono in maniera manifesta le tre condizioni fondamentali per avere la tessera del club (meccanismo di trappola, secrezione di enzimi digestivi, capacità di riassorbire le sostanze della digestione), esiste in natura una casistica non indifferente di situazioni borderline. Molte specie vegetali hanno trovato sistemi più o meno indiretti per integrare l’azoto della loro dieta, passando per l’uccisione di insetti ed il recupero delle sostanze di loro interesse per via indiretta, grazie all’aiuto di altri esseri viventi. Se la categoria delle piante carnivore è ristretta, quella delle piante assassine per vocazione è decisamente più ampia.

I serial killer vegetali permettono però anche belle digressioni extrabotaniche. In epoca vittoriana, ad esempio, si vive la volgarizzazione del gusto per le bizzarria crudele, con l’imposizione del gotico moderno in cui l’orrore è evocato facendo leva sulla sfera psicologica ed esso incarna infatti le nevrosi dell’età industriale, il disorientamento della modernità. Quella assegnata alla Regina Vittoria è un’epoca di trasformazione in cui il nuovo ed il diverso sembrano esistere anche per sublimare paure ancestrali. In questo la bellezza oscura, esotica e pericolosamente misteriosa delle piante carnivore cadeva a pennello, offrendo nei teatri freak l’orrorifica visione degli insetti catturati dallo scatto inatteso delle tenaglie della Dionea o avvolti nell’appiccicoso e ferale abbraccio della Drosera. Con occhi benevoli, questo interesse per il lato splatter del regno vegetale può esser letto anche come una forma distorta di protodivulgazione scientifica: il naturalismo delle campagne illustrato ai primi cittadini urbanizzati della modernità, attraverso il passepartout del common sense of horror. Se i nuovi mondi sono stati scoperti ed esplorati nell’era dei galeoni (1500 e dintorni) è nella stagione dei clipper (l’800) che l’esplorazione della natura remota diventa poliedrica, creativa e divertente. Nell’atmosfera cupa, moralistica, il neogotico vittoriano sublima con l’orrore domestico le componenti angosciose e cerca, narra, espone, il freak: cercare alle voci Edgar Allan Poe, Mary Shelley, Elephant Men.

Il puritanesimo britannico porta a casa le scoperte naturalistiche dagli imperi e con loro il rovesciamento del paradigma zoocentrico offerto dalle piante carnivore, che come alieni giungono a solleticare l’interesse del popolino. In un certo senso, mi si passi l’ardire, è con l’età industriale che la scoperta si apre alla gente comune, diventa popular, nel vero senso culturale del termine: non più solo fonte di risorse e di ricchezza per i potenti o di conoscenza per gli scienziati, ma elemento di svago fruibile per la borghesia, leggero e proprio per questo più lieve, pervasivo, insinuante sino al confine dell’ambiguo. E proprio su questo limen ambiguo che le piante carnivore entrano si giocano una seconda lettura extrabotanica, legata alle gender issues e riguardante il loro costante incarnazione del femminino divoratore, nel rappresentare un’estensione demoniaca nel regno vegetale e per essa una propaggine degli inferi nel mondo degli umani. Un’estensione che, già all’epoca di Luciano di Samosata, ha sempre avuto una connotazione esclusivamente femminile: seducente, la pianta carnivora attrae la preda con l’inganno e la subdola mimesi e la condanna alla morte.

Traversato il fiume dov’era il guado, trovammo un nuovo miracolo di viti. La parte di giù che usciva della terra era tronco verde e grosso: in su eran femmine, che dai fianchi in sopra avevano tutte le membra femm

inili, come si dipinge Dafne nell’atto che Apollo sta per abbracciarla ed essa si tramuta in albero. Dalle punta delle dita nascevano i tralci, che erano pieni di grappoli: e le chiome dei loro capi erano viticci, e pampini, e grappoli. Come noi ci avvicinavamo esse ci salutavano graziosamente quale parlando lidio, quale in

diano, e molte greco; e con le bocche ci scoccavano baci, e chi era baciato subito sentiva per ubbriachezza girargli il capo. Non permettevano si cogliesse del loro frutto, e si dolevano e gridavano quando era colto. Alcune volevano mescolarsi con noi: e due compagni che si congiunsero con esse, non se ne sciolsero più, e vi rimasero attaccati per i genitali: vi si appiccarono, s’abbarbicarono, già le dita divennero tralci, già vi s’impigliarono coi viticci, e quasi quasi stavano per produrre anch’essi il frutto.

Non è dunque forse casuale se nell’immaginario mainstream le piante carnivore non a caso sono sempre “donne” ovunque compaiano (una delle mie preferite, Cleopatra della Famiglia Addams ma anche Tentacula in Harry Potter, Bellsprout, Weepinbell e Victreebell nei Pokemon e quella che fino a ieri era la prima pianta carnivora che mi veniva in mente, Audrey II .

(segue, con trucida descrizione delle tattiche assassine in verde…)

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