Gobba? Quale gobba?

Sono un esperto di una certa bravura, potrei forse aiutarti per quella foresta.  Quale foresta? Al crocicchio tra assorbimento di CO2, protezione della biodiversità e garanzie di sviluppo per tutti, viene issata a guisa di totem la foresta tropicale (in genere l’Amazzonia). Il suo ruolo iconico su queste faccende è ineccepibile e, sia ben chiaro, indiscutibile: rappresenta il paradigma su cui si arricciano buona parte dei problemi ambientali planetari e parafrasando un detto protomedico, ubi morbus, ibi remedium. Anche gli analisti concordano, è da quelle parti che bisogna investire per fare soldi con la biodiversità. Nell’auspicata palingenesi green un simbolo guida, un gonfalone, un panda, aiutano la causa. La causa, però, non è fare soldi. E’ trovare un meccanismo sostenibile che garantisca sviluppo equo per ogni essere umano tanto oggi quanto nel futuro, ovunque sulla Terra. Occorre quindi ricordare al lettore occasionale recentemente attratto da queste verdi faccende che l’elemento del contendere è più ampio e non sta chiuso a panino tra il Cancro ed il Capricorno, ma è pervasivo e disordinato. Il contributo della biodiversità all’omeostasi planetaria non è localizzato ma disperso. Ad esempio, uno dei luoghi comuni più diffusi è che la compensazione della CO2 emessa in atmosfera debba passare esclusivamente attraverso alcuni capisaldi, come il mantenimento degli habitat primari (foreste vergini in primis), ovvero di tutti quei biomi in cui l’effetto della presenza dell’uomo è minima se non nulla. Sistemati quelli, siamo a cavallo. Questo, ripeto, è imprescindibile e non ci piove, tuttavia si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente. Ad esempio, le aree semi-colonizzate del pianeta, marginali a foreste e coltivazioni intensive, soprattutto quelle gestite da comunità che vivono di risorse agroforestali, ospitano un maggiore numero di alberi ed occupano una superficie molto superiore rispetto al previsto. Analogamene, le aree già intaccate dall’erosione vanno riprogettate in base a pratiche di gestione forestale sostenibile e non date per perse.

Definire quali siano le zone prioritarie e come distribuire gli interventi (ed i relativi investimenti) non è così automatico. Anche questo può aiutare a capire cosa stia dietro alla discussione kafkiana di questi giorni: a seconda della definizione di “foresta”, l’esito delle contrattazioni in terra danese può prendere strade diverse.

3 thoughts on “Gobba? Quale gobba?

  1. Poichè di carattere non sono una persona assillante, prometto al cortese gestore che ospita le mie considerazioni sul suo blog, di ridurre la mia a una presenza più rarefatta nel futuro.🙂
    Detto ciò, mi pongo, con riferimento alle idee di “valore economico della biodiversità” e di “sviluppo equo” le seguenti questioni:

    – attribuire un vincolo economico alla biodiversità significa che questa assume un attributo di sostituibilità, come qualsiasi altro “oggetto” della teoria economica. Quindi, esemplificando, una certa foresta può essere sempre sostituita, ad un costo magari elevato, ma può trovare sostituzione con un investimento alternativo -non sostenibile-, dato un certo costo opportunità. Non è che forse nei modelli bisognerebbe inserire dei vincoli di non-sostituibilità, delle esternalità intoccabili?

    – è davvero ipotizzabile l’idea di poter mantenersi su un sentiero di continuo sviluppo anche nel futuro, per tutti ? (tralasciando l’equità, concetto che ovviamente mi vede favorevole) Questa piccola navicella che ci ospita ha davvero risorse per tutti noi? Nell’argomentazione va fatto senz’altro rientrare
    un vincolo demografico.

    Sono domande che mi pongo così, senza necessità di trovare una rapida risposta, lo stesso scriverle mi aiuta a riflettere – le questioni sono assai complesse.

    Grazie della pazienza
    D.G.

  2. Per carità, non c’è assillo e non c’è pazienza, anzi la rarefazione sarebbe alquanto sgradita! Le osservazioni che fai le condivido ed aggiungo, da perfetto ignorante di questioni economiche, un altro grande punto interrogativo. L’attribuzione del vincolo economico viene attualmente fatta sulla base di modelli teorici. Il mercato (cioè noi) è pronto ad accettare dei cambiamenti, ovvero a pagare di più per merci, rimodellarsi su una base equa e sostenibile? Diverse esperienze legate al Fair Trade non sembrano cosi’ incoraggianti in questo senso. Per contro, quando dal mondo economico mi capita di leggere conclusioni come quella di questo editoriale, per pescarne una, qualche speranziella extra la coltivo. Perchè parla a categorie (di pensiero, di consumatori, di uomini) in genere refrattarie alla parte idealistica (ideologica? idealizzata, la radice è sempre quella) del movimento ambientalistico. Ed anche queste categorie devono arrivare a maturare le stesse domande che tu poni.

  3. Leggere i tuoi post mi ha fatto tornare in mente riflessioni che mi ponevo anni fa. L’economia ambientale ha ormai sedimentato qualche decennio di riflessioni e senza dubbio i relativi modelli includono sia concetti di sostituibilità che di esternalità. Io sono di Padova, a Venezia c’è la fondazione Mattei dell’ENI che da tantissimi anni lavora su questi temi: ci sono tornato questa sera, ho trovato questo:
    http://www.feem.it/getpage.aspx?id=2505&sez=Events&padre=80
    Sono arrivati al punto di inserire un indice di sostenibilità all’interno di un modello di equilibrio economico generale.
    In realtà (seppure sia fondamentale l’idea di inviolabilità di alcune risorse naturali), già attibuire un costo finanziario alla dispersione di risorse naturali sarebbe un enorme avanzamento rispetto agli attuali paradigmi.
    Però, come affermi tu nel precedente commento, dalla teoria economica bisogna passare ai mercati: penso che modelli come questi siano effettivamente in grado di parlare il linguaggio dei cosiddetti decision makers, imprenditori e politici. E se il cinismo dei businessmen come quelli da te citati può essere coinvolto, tanto meglio.
    Certo non sembra che abbiamo a disposizione tantissimo tempo. Penso a quanto scriveva Konrad Lorenz, non ricordo in quali testi: solo attraversando delle catastrofi, sperabilmente di impatto contenuto, sapremo forse intraprendere dei percorsi differenti. Pessimista? Forse, ma fatico ad essere più positivo.

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