Dove sta Zazà?

Sommando l’anno internazionale della biodiversità in arrivo e COP15 in corso a Copenhagen si ottiene Natale in Amazzonia, altro che a Beverly Hills. E nella ridda di risultati incerti e contenziosi aperti, l’unica stella fissa è la sovraesposizione mediatica per temi allacciati stretti tra loro come le renne della slitta: conservazione ambientale, cambiamenti climatici, sviluppo sostenibile, protezione della diversità biologica ed altri topic simili che in queste settimane rimbalzano ubiquitari. Footprint, Trading ed Offset forse saranno i nuovi nomi dei Re Magi, se la tendenza resta viva sino all’Epifania. E porteranno carbone in forma di CO2 a governanti ignavi e consumatori cattivi, ça va sans dire. intanto però la ridondanza regna sovrana e con essa un grande bailamme di voci, punti di vista, polemiche, dubbi, proposte. Al punto che, ogni tanto, viene da pensare agli effetti collaterali del sovraccarico informativo: la gente si stufa, si annoia, si perde nella confusione, si siede in un angolino del souq e smette di provare a capire se le merci son buone, se vale la pena comprare e da chi.

Non credo sussistano dubbi sull’importanza della biodiversità per se, anzi, emergono continuamente elementi convergenti sul suo fondamentale apporto alla stabilità della vita sul pianeta (l’ultimo copre anche la questione sanitaria), sui servizi erogati direttamente ed indirettamente. Offro i miei servigi entropici alla discussione con qualche dato scampato al profluvio degli ultimi giorni e con qualche tentativo di sintesi. Prendo l’abbrivio da un rapido ma preciso sunto delle possibilità al vaglio, stilato recentemente da un economista della Bocconi, Stefano Pogutz. Per garantire la protezione degli ecosistemi megadiversi e continuare ad assicurarci i loro servigi nei decenni (secoli?) a venire, le strategie sul tavolo sono sostanzialmente quattro: tradable permits, diritto d’accesso, meccanismi di compensazione, creazione di un mercato controllato e sostenibile legato alla biodiversità. Premetto che non ho strumenti tecnici per scegliere quale sia la strada migliore ma credo che:

a) sia un controsenso auspicare di trovare un’unica soluzione ad un problema che già nella sua definizione ha il termine diverso e che nella varietà ha la sua ragione d’essere. Da Copenaghen mi aspetterei una bouillabaisse di strategie intrecciate tra loro e non il progetto per un’autostrada a 6 corsie, dritta. Multi è meglio di mono, la natura è una severa maestra in questo.

b) non si può prescindere da una responsabilizzazione e da un coinvolgimento diretto delle popolazioni e delle istituzioni locali (aka, i paesi in via di sviluppo). In questo senso la vendita delle indulgenze, ehm, i tradable permits sono un’iniziativa ad alto rischio. Si offre a chi inquina in eccesso la possibilità di una redenzione dai peccati pagando una gabella che non responsabilizza chi pratica il reato (anzi, virtualmente lo condona) e si mantiene una dinamica di tipo assistenzialista, che può assumere sembianze assai affini a quelle del sistema dei sussidi. Chi riceve, poi, viene premiato a sua volta per non commettere un reato (contro l’umanità) anzichè essere stimolato ad attuare pratiche di gestione virtuosa. Il rischio di creare un sistema di sussidi e non di sviluppo, è alto. L’idea di uno sfruttamento sostenibile dei “prodotti della biodiversità” mi appare migliore e paradossalmente più vicina alle regole dell’economia di mercato.

c) Tutte  le strade, correttamente, passano attraverso l’attribuzione di un valore economico (finanziario, monetario) alla biodiversità ed ai suoi servizi. E’ uno dei nodi grossi al pettine: da 40 anni si cerca di definire un modello condiviso e soprattutto affidabile, ma non è affatto facile.

Parlando al bar posso convincere gli anziani che giocano a scopa che un ecosistema sano rappresenta un guadagno (meno malattie, più raccolti, meno alluvioni, acqua meno inquinata, ecc.) ma parlarne con un economista o anche solo un imprenditore diventa ostico, perchè dalla qualità bisogna passare alla quantità. “Quanto vale?” “Gli alberi valgono di più in piedi e vivi o morti e tagliati in assi?” “Come quantifichi il risparmio economico per una nazione bilanciando il mancato guadagno con le minori spese sociali?'” “Ok, ma come si calcola il break even point di una foresta sostenibile” “E per la distribuzione degli utili, come diamine facciamo?” Tutte domande che fanno mettere un bel “lavori in corso” fuori dalla porta. Anche se due conticini sono stati fatti e rifatti ed ogni volta ci si avvicina di più al vero (l’ultima partita doppia è quella di TEEB 2009, rilasciata in novembre: un ettaro di foresta ben gestita vale tra 6000 e 16000 dollari all’anno). Ma tradurre la potenza in volontà e la volontà in atto non è roba da ragionieri ecologici.

Tutta la questione, per chi volesse davvero farsi un clinic sull’argomento, è stata sviscerata nello speciale di Nature dello scorso mese, scaricabile qui in pdf. In particolare cosiglio l’attenta lettura dei contributi di Emma Marris (Putting a price on nature) e di Robert J. Smith (Let the locals led). Il primo descrive l’approccio business-oriented di Gretchen Daily ed il sofware messo a punto dalla sua equipe per determinare il valore monetario del territorio, mentre il secondo sviscera un altro problema cardinale: come evitare interventi da lontano, sradicati dal contesto locale. In fin dei conti, gli strumenti per studiare il problema, pianificare la sua soluzione e fare lobbying stanno tuttora “da questa parte del mondo“, mentre sarebbe bene radicarli maggiormente là, dove il problema viene affrontato sul campo. Entrambi meritano più di una riflessione.

(i grafici che illustrano il post vengono da WeLoveDataVis e sono visualizzabili a dimensione intera, basta cliccarci sopra. Il mio preferito è quello sulla carbon footprint cani vs. SUV, ma solo perchè amo i gatti)

5 thoughts on “Dove sta Zazà?

  1. Il post è interessantissimo e c’è da perdersi tra i link e i grafici riportati: capisco pure che per affrontare il tema del cambiamento climatico lo si debba fare da un punto di vista economicistico, bisogna essere pragmatici, ok. Però, che per salvare la terra, si debba sempre e solo guardare al suo valore monetario, è davvero una prospettiva riduzionistica. E’ un segno dell’epoca. Dobbiamo per forza adattarci a questa visione?

  2. Non “sempre e solo”, ma *anche*. Questo *anche* è per certi versi un cambiamento epocale, se si trova il modo di passare dalla teoria alla pratica (sentiero impervio e senza traccia). In questo non vedo una riduzione della questione in termini venali ed impuri, anzi è cosa buona e giusta che le scienze economiche trovino una piattaforma di dialogo con quelle più tradizionalmente legate alla conservazione ambientale, perchè è imprescindibile se vogliamo dare dignità di crescita, sviluppo, benessere e salute alle popolazioni dei paesi meno sviluppati: non credo sia percorribile fare dell’Amazzonia un’area off-limits per lo sviluppo umano. Nel commentare il rapporto TEEB di quest’anno Gianfranco Bologna del WWF si esprimeva così.

  3. Uhm…sì. Il link a Gianfranco Bologna che mi hai segnalato (grazie) mi pare illuminare molto chiaramente il tipo di relazione tra economia e scienza che intendi; peraltro lo trovo davvero ricco di innovazione (se fossi un po’ più giovane…ma anche solo le letture e l’osservazione di questi rami in evoluzione dell’economia possono bastare, possedendo gli strumenti per poterlo fare). Non posso che trovarmi d’accordo, almeno finchè il metro di misura sarà quello monetario – ma bisogna essere realistici! L’altra via è il tentativo di costruire un’alternativa di pensiero, una via non esclude l’altra. La strada del filtro economico è senz’altro la più pragmaticamente promettente. Ciao.

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