Nessuno tocchi violetta

pdre049970Ogni mamma che si rispetti ha ricevuto in dono una violetta africana. Una Saintpaulia ionantha, per botanica precisione. Pianta da davanzale o da salotto, prodiga di fiori viola intenso e pelosina di foglia, offre una serie di atout perfetti per spuntarla sulle altre piante-per-mamma, inclusa una dimensione ideale per pacchetti-regalo e posizionamento a centrotavola. Non è facile tenere e far prosperare una Saintpaulia: occorre il famigerato pollice verde, dicono i guru dell’home-gardening. Il che si traduce in un mix apparentemente esoterico di condizioni microclimatiche, vezzeggiamenti a base di luce e temperatura (“sole di vetrata ed aria di fessura”?) ed attenzioni assortite che in genere perdono l’aura irrazionale e mitica che le circonda non appena si squarcia il velo sulla fisiologia vegetale e sulla chimica ecologica delle piante. Due ricercatrici americane, ad esempio, hanno cercato di chiarire un aspetto particolare: come reagisce la violetta a continui sfregamenti manuali (quelle foglie di pelouche sono così irresistibili…) ed all’esposizione a profumi spesso presenti sulle mani delle persone? La prende male, pare. In particolare il contatto fisico determina una minore crescita delle foglie per numero e superficie mentre la presenza di sostanze volatili amplifica la sofferenza della pianta. In ambo i casi le foglie invecchiano più rapidamente, si lesionano più facilmente e perdono di efficienza, dando agli individui un aspetto stentato e meno salubre.

Andando oltre l’alzata di sopracciglio che vorrebbe portare questo tipo di indagini verso la candidatura all’IgNobel per la stravaganza del tema (anche se a livello vivaistico può avere ricadute, in realtà), questa curiosa ricerca permette di suggerire un paio di considerazioni. La prima è che anche le piante, come i bebè, sono assai sensibili alle sostanze volatili: la guerra di trincea negli habitat naturali è combattuta a suon di sostanze chimiche allelopatiche ed i segnali d’allarme sono tutti chimici, meglio se aerei, anche se i vegetali non hanno olfatto. Sostanze che alle nostre narici determinano sensazioni piacevoli equivalgono ad un rude “fatti più in là” e ad un deciso “spostati, microbo” nel linguaggio del bullismo vegetale. L’altra riflessione è sempre legata ai sensi: non avendo occhi per vedere le piante devono vicariare la percezione del terreno circostante con altri stratagemmi. Così come un profumo si traduce anche in una minaccia, uno sfregamento è segnale di mancanza di spazio in una determinata direzione e suggerisce quindi di incentivare le crescita delle foglie e della parte che più si trova “libera” da possibili impedimenti fisici o da competitori. La percezione e la risposta delle piante al contatto ed agli stimoli meccanici è riassunta in un vocabolo ad hoc: tigmomorfogenesi. Dietro questo termine da Bartezzaghi a schema libero si cela una complicata rete di geni, attivati da stimoli tattili, che alla fine della cascata regolano la produzione degli ormoni vegetali che indirizzano la crescita del fusto e la formazione delle gemme, oltre la loro morte se necessario. In alcuni casi, e qui viene la giustificazione ad investigazioni apparentemente strambe e fini a sé stesse, intervenire sulla timomorfogenesi può essere utile anche a scopo commerciale. Le piante ornamentali cresciute in serra ad esempio hanno la brutta tendenza a filare, ovvero a crescere troppo in altezza: per modulare questa crescita senza ricorrere a trattamenti chimici, una bella spazzolatura regolare (brushing) le può rallentare, come raccontato in questo link relativo ad esempio a Salvia splendens e Tagetes patula. In vari casi non solo il tatto ma la semplice azione del vento può modulare la forma degli organi vegetali: si pensi alle differenze tra un rosmarino nella pianura padana ed uno esposto ai venti della Camargue.

icnos017017La Saintpaulia poi non nasce per stare sul comodo centrino all’uncinetto della zia, ma per vivere in un habitat estremamente complesso e competitivo come quello delle foreste africane (la specie è originaria di una zona montagnosa ben precisa della Tanzania, quella dei monti Usambara)  in cui la lotta per spazio e risorse aumenta in modo iperbolico la selettività delle soluzioni e le nicchie in cui prosperare. E la violetta ha imparato a guardarsi attorno. Dal canto vostro, voi millantatori di pollice verde, non lavatevi le mani e tenetele bene a posto, ché a causa delle sue origini la Saintpaulia è asociale non vuole coccole.

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Brushing Using a Hand Coated with Body Lotion or in a Latex Glove Decreases African Violet Plant Quality and Size

J.C. Brotton and J. C. Cole

HortTechnology 19: 613-616 (2009)

Plants of two cultivars of african violet (Saintpaulia ionantha), ‘Michigan’ and ‘Gisela’, were brushed for 30 or 90 seconds three times per week for 5 weeks with a gloved or nongloved hand to which body lotion had been applied. ‘Michigan’ damage rating and size was more affected by brushing than was ‘Gisela’. Brushing generally increased the damage rating and decreased plant size compared with not brushing. Plants brushed with a gloved hand had lower damage ratings and were larger than those brushed with a nongloved, lotioned hand. Plants brushed for 30 seconds had lower damage ratings and were generally larger than those brushed for 90 seconds. Brushing leaves of african violets, particularly with a hand to which body lotion has been applied, is not recommended because repeated brushing can decrease plant quality and size.

8 thoughts on “Nessuno tocchi violetta

  1. Senza esagerare, trovo alcuni post di questo blog davvero entusiasmanti.
    Purtroppo, essendo la materia trattata lontanissima dalla mia specializzazione (sono di formazione un econometrico), faccio veramente fatica a svolgere il ruolo di contrappunto di un buon commentatore di blog…
    Però questo delicatissimo post naturalista mi ha fatto pensare per senso degli opposti a un tremendo articolo letto ieri: comunità indigene del Paraguay “asperse” di pesticidi dal cielo, perchè si oppongono alle monocolture di soia gestite dai grossi coltivatori di soia brasiliani.
    Forse non c’entra proprio niente, in ogni caso grazie per questi articoli.

    http://globalvoicesonline.org/2009/11/12/paraguay-indigenous-group-sprayed-aerially-with-pesticides/

  2. Grazie Davide, troppo buono! Attento però: il commentatore entusiasta fa il blogger grasso, non vorrei doverti accusare per i chili presi. Da tempo medito su un post che avrà, oltre al solito companatico erboristico-vegetale, anche parecchio pane per i tuoi denti di econometrico. Spero solo di trovarne il tempo…

  3. mi spiego molto adesso sull’ insperata sopravvivenza alle mie cure spartane delle mie santpaulie🙂
    sempre un piacere leggerti meristemi, un saluto
    *.*

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