Butta giù! Butta giù!

41NVZPJN15L._SS500_Esterno giorno afoso fin de siècle, dalle parti del delta del Niger. Un povero disgraziato viene trascinato dalla folla inferocita verso un tempio, una radura, una zona sacra e presentato ad uno sciamano per un’ordalia. Al malcapitato viene servito un intruglio di cotiledoni contusi di esere, ovvero Physostigma venenosum e la folla attende il verdetto del iudicium Dei: se si manifestano segni di avvelenamento l’uomo sarà lasciato morire o addirittura linciato, mentre in caso di vomito avrà dimostrato la sua innocenza e sopravviverà. O meglio, la divinità avrà confermato che l’accusato era innocente o colpevole esprimendo un verdetto che i mortali non possono raggiungere. Quella dell’ordalia, ovvero l’atto di dirimere questioni giudiziarie o inquisitorie (accuse di stregoneria, ad esempio) attraverso prove estreme e legate alla superstizione più che alla fede, è una pratica con una storia antica, sviluppatasi in Europa attraverso cimenti fisici (attraversamento a nuoto di un fiume in piena, immersione con pietre al collo, contatto con superfici arroventate, ingestione di grossi quantitativi di pane ad es.) e che in Africa ha come leit-motiv la somministrazione di veleni derivati da piante. Il più comune fa capo a Physostigma venenosum o fava del Calabar, usata soprattutto nella zona tra Nigeria e Camerun, ma sono noti numerosi esempi di ordalia vegetale, come quelle a base di Cerbera manghas (=Cerbera lactaria) e specie co-generi in Madagascar, quelle effettuate utilizzando infusioni di specie Erythrophleum, sempre nel sud-est africano o quelle che prevedevano l’impiego di Strychnos nux-vomica nell’Africa centrale. Quasi sempre le sostanze tossiche sono alcaloidi e quasi sempre esiste una via di fuga, per quanto elusiva.

Perchè un’ordalia fosse tale dovevano sussistere una serie di elementi convergenti: la prova doveva avere un’aura sovrannaturale, il suo superamento doveva essere evento eccezionale, ai confini del miracoloso ed inspiegabile. Solo così poteva apparire divino l’intervento salvifico che provava l’innocenza. E la morte doveva sopraggiungere con grande dolore e mostruosità, perchè solo così la punizione divina sarebbe apparsa sufficientemente terrificante da essere considerata deterrente, esaltando l’indicibile ed inconoscibile potenza ultraterrena. Con gli occhi più smaliziati di oggi, però, erano presenti anche altri presupposti, soprattutto per le pratiche che convolgevano piante velenose. Innanzitutto doveva trattarsi di veleni in grado di uccidere un adulto, ma non sempre. Sappiamo che un veleno può essere mortale o meno in base ad un rapporto dose/peso corporeo, ma in questo viene in soccorso la variabilità naturale della fonte o la perizia con cui la droga veniva s4b053041dosata e preparata. Un fattore, quest’ultimo, che nel caso della fava del Calabar metteva nelle mani del giudice, dello sciamano, la possibilità di intervenire in modo occulto: se riteneva colpevole l’accusato poteva preparare una pozione più concentrata. E questo, a pensar male, dava all’officiante anche un considerevole potere in termini di estorsione e di corruzione: il vero arbitro era lui e poteva scegliere se vestire i panni del boia o dell’assolutore.

Ma c’è anche un altro meccanismo sotteso a queste ordalie, accennato in questa bella monografia. Quasi sempre infatti le droghe utilizzate possono dar luogo ad emesi ed il vomito, oltre a liberare lo stomaco dalla presenza del veleno, è anch’esso un evento dose-dipendente. Poteva quindi avvenire che l’innocente, se ciecamente fedele alla divinità impersonificata dal veleno e fiducioso della risposta positiva, ingurgitasse l’infuso tutto d’un sorso determinando due dinamiche precise. Innanzitutto l”alcaloide non stazionava a lungo nella bocca e questo ne minimizzava l’assorbimento da parte delle mucose riducendo di fatto l’intossicazione. Inoltre il veleno giungeva in un’unica somministrazione nello stomaco, raggiungendo direttamente la concentrazione emetica: l’innocente vomitava, la vita era salva. Per contro il colpevole, anch’esso ciecamente fedele alla divinità e pertanto conscio della fine vicina, sorseggiava il veleno lentamente per procrastinare più possibile una fine che sapeva essere certa e terribile. E cosi’ facendo, autodeterminava la sua morte: gli alcaloidi stazionavano più a lungo nella bocca e giungevano a piccole dosi nello stomaco, massimizzando di fatto l’assorbimento e biodisponibilità e non raggiungendo mai una concentrazione tale da irritare la mucosa gastrica abbastanza da indurre il vomito.

Dubito, comunque, che la folla cantasse “l’ha bevuto tutto/e non gli ha fatto male“…

3 thoughts on “Butta giù! Butta giù!

  1. Un post velenosetto🙂.
    La povera Cerbera manghas l’ha pagata cara però. Nel 1883, dopo la presa del Madagascar da parte degli olandesi, si dice che essi rimasero così shoccati dall’uso ordalico della noce che ordinarono la distruzione di tutte le piante dell’isola. Deve essere qualcosa nella forma mentis nederlandese, avevano fatto lo stesso con gli alberi di noce moscata dell’isola di Run (ah, e con tutte le teste degli abitanti maschi…).
    Aloa

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