Alle radici del bias

SCHPLANonostante sia entrata di recente nell’immaginario collettivo contemporaneo, secondo alcuni storici la globalizzazione ha sì allargato la sua chioma negli ultimi decenni, ma ha radicato nei secoli che ci hanno preceduto. E se c’è chi fa coincidere l’invenzione del container con la nascita del commercio globale massificato, per altri furono i galeoni ed i porti franchi a creare qualcosa in più di una semplice globalizzazione 1.0. Primum movens, nell’era delle esplorazioni rinascimentali e probabilmente ancora più indietro fino ai commerci tra Impero Romano e resto del mondo allora conosciuto, la richiesta di prodotti esotici da parte dell’elite europea. Le prime merci a cavalcare l’onda del commercio planetario furono quindi tessuti, spezie, piante medicinali e quant’altro di esotica origine poteva essere messo in circolazione senza marcire nelle stive delle navi. A precederle, drappelli di battitori a caccia di prede appetibili per utilità, esotismo, fame di scoperta e grado di accettazione da parte del mercato e del milieu culturale dell’epoca. Il processo di scoperta e selezione di questi materiali non coinvolse quindi solo mercanti e faccendieri, ma anche esploratori e protoscienziati e l’analisi del loro agire non manca di lati grigi, di omissioni volute e di prodotti che non sono mai sbarcati -neanche culturalmente ancorchè materialmente- nei porti, nelle università e nei salotti d’Europa.

pinciPlants and Empire. Colonial Bioprospecting in the Atlantic World è un saggio storico, credo non tradotto in italiano ma disponibile su Google Books, che tratta esattamente questo tema sezionando la cronistoria di una pianta caraibica il cui diffuso impiego locale come abortivo fu totalmente omesso durante le ricerche etnobotaniche tra il ‘500 ed il ‘700. Sebbene in Europa le piante in grado di causare interruzioni di gravidanza fossero note da secoli, il filtro culturale con cui vennero condotte le esplorazioni etnobotaniche del ‘500, mediato dall’impostazione nent’affatto laica di ricercatori, botanici e naturalisti, determinò un vero e proprio ostracismo, uno sbianchettamento della loro esistenza ed uso nel Nuovo Mondo. Con esse vennero deformati ed omessi all’opinione pubblica europea anche i motivi ai confini della disperata ribellione politica insiti nell’uso frequente degli intrugli abortivi, intimamente legati alle condizioni disumane riservate a schiavi ed indigeni. Motivi che portavano le gestanti, come raccontato poi da una donna -la già incontrata Maria Sibylla Merian– a “use the seeds [of this plant] to abort their children, so that their children will not become slaves like they are“.

Pianta simbolo di questa manipolazione del sapere etnobotanico è Poinciana pulcherrima (=Caesalpinia pulcherrima), splendido arbusto dai fiori fiammeggianti e simbolo delle isole Barbados. Una recensione completa del libro è disponibile qui e le schede di navigazione che apre la lettura sono molteplici. La scheda più interessante porta verso la disciplina (fondata?) dall’autrice del testo e dal di lei marito Robert Proctor e chiamata agnotology, ovvero lo studio della costruzione artificiale dell’ignoranza ed in un certo senso antonimo dell’epistemologia, del percorso di costruzione del sapere. Niente complottismo, niente scie chimiche e cerchi nel grano ma analisi di eventi storicamente definiti in cui l’information overload, l’eccesso di informazioni e dati porta a rendere più facile -e quindi manipolabile- l’oscuramento di elementi ritenuti sensibili da parte dell’elite culturale. Forse, se esiste un esempio odierno di agnotologia vicino al mondo della salute è quello del disease mongering.

E per le ricerche etnobotaniche, per le indagini sui saperi popolari legati alle piante che si fanno all’epoca del container e non in quella dei galeoni, come siamo messi oggigiorno in tema di deformazione selettiva del sapere? Quanto descritto per Poinciana pulcherrima è un classico esempio di quella che ora si chiama bioprospezione, fenomeno che corrisponde alla ricerca di specie viventi da cui sia possibile ottenere prodotti a valore aggiunto, ovvero merci da inserire in una catena del valore. Ora come allora l’interesse dell’elite per le merci esotiche rimane, ma il rischio del filtro ha connotati diversi e porta a far scomparire sotto montagne di indicazioni salutistiche, benefiche e terapeutiche tutti gli elementi culturali e di sapere che esulano da un contesto di mercato o non risultano commercialmente appetibili per far aumentare i volumi di vendita. La “laicità” della bioprospezione attuale sembra difatti più legata allo svincolo da questioni commerciali che religiose, nella globalizzazione 2.0.

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