Gli anni zero sono gli anni del mashup

ggStando ai resoconti di fine decennio, la decade che si va concludendo è stata quella del definitivo rimescolamento di dati e saperi, del crossover di generi e competenze, del mash up di stili, gusti e culture. Se anche le confetture e le composte -alimenti ibridi per diritto culinario e mash up per etimo- confermano il trend, evidentemente ci deve essere un fondo di verità. Non mi ha dunque stupito in settimana avvistare al Macfrut le composte salutistiche a base di frutta più o meno esotica ed addizionate di bardana (Arctium lappa) e rosa canina al 14%. La seconda contribuisce innalzando il contenuto di vitamina C in maniera tale da coprire percentuali tra il 7 ed il 25% della RDA con un cucchiaino ed è un ingrediente facile da inserire anche per il suo gusto gradevole. La bardana invece garantirebbe un’azione depurativa secondo i dettami della tradizione erboristica, sebbene ad occhio la dose assunta con una colazione o una merenda normale sia largamente sottodimensionata rispetto alle indicazioni erboristiche. Nonostante il suo diffuso utilizzo in varie parti del mondo non esiste bibliografia solida relativa ai benefici della radice di bardana e men che meno riguardante un prodotto di questo tipo. Il risultato è però buono, sia per gusto che per texture anche se personalmente preferisco composte fatte con grandi quantitativi di frutta in partenza (oltre i 100 g di frutta per 100 g di finito).

Già in commercio da qualche tempo, queste composte non rappresentano però un concetto nuovo in toto: prodotti come Tamarine (a base di prugna, tamarindo e senna ad esempio) sono in vendita da decenni sul canale farmacia e corroborano l’azione osmotica  di frutti specifici con quella lassativa di piante medicinali ad azione comprovata ed evidente. La novità vera è la loro introduzione nella grande distribuzione e l’inserimento di ingredienti fitoterapici a blando effetto in un prodotto tradizionalmente alimentare, in scia ad una tendenza sempre più marcata da parte del settore food. Sino ad ora questo segmento poteva giovarsi di una minore attenzione del consumatore per etichette e relazione efficacia-claim, sarà così anche nei prossimi anni?

La formulazione di alimenti funzionali nell’epoca dell’EFSA è infatti  sicuramente più complicata di un tempo e si gioca, più che sull’ingrediente, sul filo delle parole, sull’uso del potenziale e del condizionale e sull’evitare il confronto diretto con il legislatore. La presentazione delle proprietà di un prodotto è ormai materia più giuridica che tecnico-scientifica e se avessi studiato legge saprei in che settore specializzarmi… Un esempio di questo slittamento di piano si trova ad esempio nel sito dedicato, dove la casa produttrice centra il discorso sugli ingredienti e su indicazioni erboristiche, più che terapeutiche o nutrizionali, anche se in alcuni casi si spinge su terreni che dubito EFSA approverebbe. Già limitatamente ai claim più semplici, ad esempio, il legislatore si è fatto più attento per evitare che le aziende comunichino in maniera imprecisa, giocando nelle zone grigie dell’interpretazione come nel caso della dicitura “senza zuccheri aggiunti”. Il nostro prodotto reca questa dicitura già in copertina ma leggendo gli ingredienti compare, in questo caso come in mille altri, la presenza di mosto d’uva (o di succo di mela concentrato), che non è altro che una miscela di zuccheri di origine vegetale a prevalenza di fruttosio o sorbitolo. Sulla gestione di questo claim il dibattito legale è ampio ed approfondito, ma almeno al consumatore si dovrebbe ricordare che “senza zuccheri aggiunti” non è sinonimo di ipocalorico nè di assenza di zuccheri estranei alla frutta usata per produrre la marmellata.

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