Chi non misura non dura

coluGianna Ferretti, che su Trashfood è sempre all’erta su questi temi, ha riferito nei giorni scorsi di una possibile intossicazione da caffeina in un adolescente. Causa apparente, le gomme da masticare energizzanti consumate con beata abbondanza. Chissà che effetto potrebbero avere queste delizie da Super Pippo, che mirano ad alzo zero sul mercato dei giovanissimi, notoriamente ricchi di verità in tasca ma poco avvezzi al senso della misura nei consumi. In forma anidra, queste pastigliette presentano ingredienti molto simili a quelli che verranno citati tra poche righe. In precedenza, ripreso anche dalla stampa nazionale, una review di casi clinici aveva sollevato la questione degli effetti collaterali legati al consumo eccessivo di bibite alla cola, assunte in grandi volumi e senza particolare cognizione del contenuto.

La cola, come noto, è al tempo stesso gradevole al gusto e ricca in caffeina e da oltre un secolo è un must nelle bibite toniche, alimenti spesso posizionati in una zona grigia comune a molti ingredienti vegetali. La storia stessa del capostipite del genere, la Coca-Cola, è in fondo un excursus dal farmaco all’alimento: la “Pemberton’s French Wine Coca” era stata inventata da un farmacista per essere venduta come stimolante, tonico nervino e per trattare la cefalea, mentre l’utilizzo alimentare odierno si è sviluppato ed imposto successivamente. Salvo poi viaggiare a ritroso verso l’antica vocazione, con grande successo commerciale, negli energy drink. In questo senso le vicende, anche recentissime, di alcuni energy-drink alla cocaina (più o meno davvero presente, peraltro) costituiscono vero ritorno al passato a testimonianza di un rapporto ambiguo tra due oggetti commerciali la cui genesi nel mercato avviene ben prima della nascita dell’FDA, dell’EFSA e del dibattito sulla distinzione tra ingredienti erboristico-medici ed alimentari.

coolaTornando alle bibite a base di cola, nelle segnalazioni citate nell’articolo di Journal of Internal Clinical Practice l’uso smodato e non l’ingrediente per se è alla base del problema. E già questo suggerisce che il vulnus non sta nella piante o nell’alcaloide, quanto nel messaggio veicolato dai produttori. Per capirci, in alcuni degli esempi citati si segnala un consumo continuativo di oltre 5 e fino a 10 litri al giorno di soft drinks alla cola. Con quantità simili anche il cibo più salubre darebbe seri problemi (chi mangiasse anche solo 3-4 kg di ciliegie al giorno per qualche mese mi faccia sapere come va la salute). Sintomo principale dell’abuso (perchè di abuso parlerei, più che di consumo), la drastica diminuzione del potassio ematico altrimenti nota come ipokalemia, che si manifesta con sintomi simili alla disidratazione, problemi cardiorespiratori e muscolari generalizzati. In genere tutto rientra sospendendo l’alimento e reintegrando potassio, magari con un paio di banane come ha insegnato al mondo Michael Chang contro Ivan Lendl nel 1989…. Oltre ai noti problemi legati all’ipereccitazione, l’abuso di tutti gli alcaloidi xantinici (caffeina, ma anche theobromina) presenta anche questo effetto collaterale che inizia a comparire quando il dosaggio supera in modo marcato e continuato i 200 mg/giorno, ma la caffeina non è l’unica causa: concorrono al quadro anche il glucosio ed il famigerato sciroppo di fruttosio concentrato (circa 100g per litro di bibita) che, se ingeriti con dosaggi-monstre, determinano rispettivamente un’aumentata eliminazione del potassio tramite le urine e diarrea.

Spesso in queste occasioni l’abbinamento sintomi-cause è complicato e per il medico che affronta il caso lo scenario ricorda certe puntate del Dr. House in cui alimenti innocui si trasformano in rompicapi clinici ad alto tasso drammatico, come descrive anche con sagacia l’ editoriale di commento all’articolo, apparso sul medesimo giornale (qui il pdf gratuito). Il dibattito sul tema ha virato rapidamente verso due boe: le informazioni in etichetta e le dimensioni delle porzioni. Negli ultimi decenni si è infatti passati per il confezionato da bottigliette da 25 ml a bottiglie da 2 litri (ed oltre, su certi mercati) ed anche nel prodotto alla spina la tendenza è quella di imporre volumi superiori al mezzo litro, lasciando trasparire più o meno subliminalmente un messaggio errato di salubrità a prescindere dalla quantità ingerita. Circa l’etichettatura e la presenza di caffeina nelle bibite la normativa europea è stata aggiornata solo nel 2004. Prima di allora la caffeina poteva essere liberamente inclusa nella magica dicitura “aromi” a prescindere dalla quantità presente. Le regole attuali prevedono invece che bevande con un tasso di caffeina superiore a 150 mg/litro debbano riportare la quantificazione precisa espressa in mg/100 mL, mentre per le altre basta specificare che genericamente la bevanda “contiene caffeina”. Particolare assolutamente non irrilevante, se il prodotto esplicita nella sua denominazione il caffè, il tè o un’altra fonte riconosciuta di caffeina, la quantificazione non è obbligatoria. Questo, ovviamente, lascia in molti casi alla discrezione ed alla consapevolezza del consumatore la scelta, aumentando il rischio di abuso a cuor leggero. Oltre a rappresentare un’ambiguità a mio avviso poco accettabile. Ad esempio, in un tè verde in bottiglia o in una confezione da 2 litri di cola il contenuto in caffeina può non essere esplicitato, ancora una volta lasciando ad intendere che non vi siano limiti al consumabile. Recentemente, ma solo sul mercato statunitense, alcune case produttrici hanno iniziato spontaneamente ad indicare il contenuto in caffeina anche quando questo è inferiore alla soglia imposta dalla normativa, probabilmente per prevenire possibili future azioni legali nei loro confronti da parte di consumatori non allertati dai rischi connessi all’abuso, big tobacco docet.

cafA confondere le idee a ci vorrebbe chiarirsele contribuisce anche la letteratura, che spesso illustra i dati “per porzione”,  per cui quali tipologie di bevande sono in genere sopra o sotto la soglia di 150mg di caffeina per litro? Di solito le bibite gassate sono al di sotto e gli energy drink stanno al di sopra. Nella tabella qui a lato i quantitativi riportati in un recente survey di mercato che ha contribuito, assieme a molti altri, a far emergere una richiesta di normative e etichettature più rigorose. Facendo due conti bastano un paio di lattine di alcuni energy drink per per raggiungere e superare i 1000 mg di caffeina, circa 3 volte oltre la soglia che determina ipokalemia in soggetti sensibili o a rischio. Se per le bevande al di sotto della soglia il contenuto di caffeina è abbastanza costante, quasi tutti i report che ho consultato descrivono invece uno scenario molto variegato tra gli energy drink. Al variare della marca e del prodotto si assiste ad oscillazioni molto grandi, con acuti che superano i 2 g/litro ed una media che si assesta tra i 300 ed i 500 mg/litro. Per il consumatore non abituato a leggere in etichetta questo può essere un problema, perchè si è in realtà portati a pensare che esista una certa equivalenza tra prodotti. Per le bevande gassate da cui siamo partiti, il limite di 120-150 mg/litro è in genere rispettato e la soglia limite, per chi non ha altri problemi di salute correlati, si aggira attorno a 1-2 litri al giorno. Oltre questi volumi anche la sinergia dei dolcificanti citata in precedenza accresce il rischio di ipokalemia. Direi comunque che si tratta di quantitativi  più che sufficienti per togliersi la voglia di una cola…

Con il caffè come la mettiamo? Un paio di tazzine di caffè determinano mediamente l’assunzione di poco oltre i 300 mg di caffeina e possono effettivamente ridurre il potassio ematico in maniera sensibile, ma il loro consumo è “acuto” e non è costante e “cronico” come quello di queste bevande, che nei casi segnalati vengono assunte in maniera continuativa e sovrabbondante durante la giornata e sovrabbondante. Certo, chi si comportasse come Voltaire, che si narra consumasse fino a 50 tazze di caffè al giorno (l’ho sentito dire da Bob Dylan nella puntata del Theme Time Radio Hour dedicata al Caffè, speriamo non se la sia inventata) è comunque a rischio e non solo di ipokalemia.

Nel complesso, come spesso accade non è tanto la nocività intrinseca di un ingrediente a creare il problema, ma la sua assunzione eccessiva, spesso sostenuta in maniera più o meno ambigua dalle case produttrici e scarsamente contrastata dalle istituzioni. Un esempio di come la biodiversità dietetica sia da preferire alla monocoltura alimentare, a prescindere dall’alimento.

4 thoughts on “Chi non misura non dura

  1. Interessante come sempre, concordo sull’ambiguità delle case produttrici che ci propinano tante altre schifezze oltre alla caffeina, il guaio che una parte di queste non si leggono negli ingredienti in quanto vengono mascherati con altre diciture, quindi noi non sappiamo mai esattamente cosa consumiamo!

  2. valerio giacalone ha detto:

    complimento per il blog ! una domanda : ma nn sarebbe possibile iscriversi a una newsletter cosi da avere ogni nuovo raticolo una aggiornamento nella prorpia email ?
    thank you
    valerio

  3. Grazie Valerio e benvenuto, spero tra l’altro di riprendere degnamente dopo le dormite estive. Non sono un fan delle newsletter, alla fine mi sembrano sempre una versione edulcorata dello spam. In alternativa ti consiglio di ricorrere ai feed rss, a cui puoi accedere direttamente cliccando sull’iconcina verde di feedburner o sull’iconcina arancione che trovi tra i “Gadgets” nella colonna qui a sinistra. Soddisfano esattamente l’esigenza di aggiornamento che hai descritto tu.

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