Quello che non ho

Avevo parecchie aspettative quando ho ordinato The Identification of Medicinal Plants presso l’American Botanical Council. In particolare ero in cerca di un testo che descrivesse in dettaglio le caratteristiche morfologiche delle piante medicinali ma che soprattutto riportasse altre informazioni, ben più ostiche da reperire in letteratura. Nello specifico cercavo un’attenta comparazione tra le droghe vegetali -ovvero quel che resta delle piante medicinali dopo selezione dell’organo di riferimento, essiccatura, contusione, macinatura- ed i loro più comuni contaminanti o adulteranti, possibilmente sia in forma grafica che testuale. La realtà, volume alla mano, non è però completamente soddisfacente. O meglio, non ho ben guardato quel che compravo ed ora si mescolano impressioni contratanti. Sebbene l’introduzione ed alcune parti del testo lascino intuire diversamente, il target ideale è infatti più il raccoglitore di piante spontanee o il primo anello della filiera (il selezionatore delle droghe integre) che non il responsabile del controllo di qualità del materiale in commercio, ovvero chi spesso deve cimentarsi nei rompicapi farmacognostici più complicati. E’ vero che le piante sono descritte con grande attenzione e che sono presenti in un unico volume anche specie non così frequentemente descritte negli erbari, ma la parte farmacognostica è più carente del previsto e di descrizioni morfologiche in fondo sono piene l’editoria botanica e le farmacopee, basta avere la pazienza di consultare. Mea culpa comunque, la recensione parlava senza ambiguità di morfologia e la preview del libro era altrettanto chiara, ma ci speravo.

In un certo senso però la latitanza della parte microscopica resta un’occasione persa in un libro peraltro ottimamente editato e curato. Da un lato infatti le monografie citano i possibili adulteranti e la stessa introduzione menziona vari esempi di droghe vegetali erroneamente identificate, ma dall’altro non sono illustrati e raffrontati i caratteri microscopici che rendono possibile o più agevole l’identificazione della droga commerciale, che ha in genere perduto quasi tutti i tratti macroscopici riportati nell’atlante di Wendy Applequist. In alcuni casi, e questo è interessante, sono state inserite delle tabelle sinottiche che confrontano direttamente le caratteristiche principali di eventuali adulteranti o di sottospecie omologhe, come nel caso dell’Achillea, dell’Anice, dell’Equiseto, di Galium aparine, ecc, ma nessun cenno a stomi, fibre, ossalato, strutture di secrezione, amido, sclereidi e compagnia. Per fare un esempio, nell’introduzione si cita il famoso “baby hair case” dei primi anni ’90, nato dall’androginia neonatale indotta dalla sostituzione di polvere di Eleutherococcus senticosus con quella di Periploca sepium, una pianta cinese. Con le informazioni riportate nella scheda dell’Eleuterococco questa sofisticazione non sarrebbe rilevabile a meno di avere a disposizione la radice intera.

5 thoughts on “Quello che non ho

  1. Non pensi che questa assenza di pubblicazioni sia legata fortemente al fatto che la farmacognosia sembra non avere alcun appeal accademico? Fino a che non verranno formati professionisti nel campo non ci sarà mercato ne autori per produrre testi, e si farà sempre più riferimento a testi da antiquari. Pieroni mi ricordava che la collezione di campioni di droga secca dell’Università di Bradford, una delle più importanti in UK e quindi in Europa, è stata spostata nei casseti di Kew una volta che il professore è andato in pensione e non è stato sostituito.

  2. Ah, che la farmacognosia classica non abbia appeal accademico è un dato di fatto, conclamato. Troppo poco tecnologica, troppo legata a vecchi approcci, troppo demodè per essere spendibile e -detto da un chimico di formazione- molto schiacciata dalla parte analitica. Nessuna rivista accetterebbe un articolo di farmacognosia classica, ma al contempo agli erboristi in erba una sana formazione sul riconoscimento “ad occhio” o “a lente” delle droghe tornerebbe comoda. Basterebbe anche una riedizione aggiornata di qualche vecchio testo, con nuove droghe e relativi contaminanti più comuni; nel 1999 ad esempio è stato rieditato il Pulver-Atlas der Drogen der deutschsprachigen Arzneibücher, ma non so cosa abbia in più rispetto alla mia edizione del 1979.

    La miscroscopia ancora qualche cartuccia da sparare ce l’avrebbe pure, soprattutto per i costi ridotti e specie nell’identificazione delle sofisticazioni, in abbinamento ad altre tecniche. Dato che come al solito dimostri grande preveggenza stavo giusto cercando una mezza giornata libera per fare qui un esempio in merito basato su un’esperienza personale.

  3. Infatti i pochi che ho conosciuto che avevano ancora questo tipo di competenza erano professionisti legati ad aziende dove il controllo qualità delle piante era importante, e si erano costruiti questa competenza a volte “nonostante” la loro formazione accademica, un pò come il “bocia” dell’artigiano.
    Allora aspettiamo il prossimo post🙂

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