Biodiversiche?

topDare una definizione univoca al termine biodiversità è un’impresa improba in cui non ho alcune intenzione di cimentarmi, per cui mi limito a dire che è uno di quei concetti elastici che viene ridisegnato in funzione di chi ne parla e di chi lo sta ad ascoltare. Un pò come il fuorigioco. A Milano nelle prossime settimane se ne parlerà parecchio e soprattutto rivolgendosi a tanti uditori differenti, come è giusto che sia. Sfogliando l’affollato programma del Festival della Biodiversità di quest’anno noto però l’assenza di un tema che reputo importante e che raramente passa tra le maglie della divulgazione: cosa ce ne facciamo della biodiversità? E soprattutto, quanto vale?

Al di là del valore ambientale o di quello estetico, la divulgazione del concetto di diversità biologica (e culturale, chè le due cose vanno spesso a braccetto) deve iniziare a masticare forme di quantizzazione del capitale naturale e renderle accessibili al consumatore. Giusto per provare ad andare oltre il canale emozionale ed empatico e dare alla questione una connotazione pratica, economica, misurabile che spieghi razionalmente che in natura diverso è bello e che per l’uomo lo è ancor di più.

8 thoughts on “Biodiversiche?

  1. Come sempre ci offri degli spunti importanti, e questo in particolare sarebbe bello fosse fertile e stimolasse una più ampia discussione.
    E’ mio parere che questo argomento, che ritorna alla ribalta fin dagli anni 70, sia uno snodo cruciale. Perché la biodiversità? Perché la conservazione? Negli anni si sono alternate varie risposte, ma mi pare che tutte si possano sussumere al dibattito tra visione incantata della natura (ecologia olistica, la natura ha valore in sé, e dobbiamo difenderla per le connessioni e l’armonia profonde, costitutive che ha con noi), e visione disincantata (ecologia ingegneristica, idea utilitaristica che non dà particolare valore in sè alla natura, che avrebbe valore solo in quanto materia che l’uomo organizza e sfrutta, e che dobbiamo difendere perché altrimenti rischiamo la salute, le risorse, ecc.).
    Mi rimarrebbe da dire che le due posizioni, apparentemente antitetiche, si fondano però sempre su una idea unitaria e antropocentrica: o la natura e lì per l’uomo, o la natura deve essere in armonia con l’uomo. Meditiamo…
    Grazie e ciao

  2. E’ un tema che mi sta particolarmente caro e che vorrei riprendere (sto lavorando ad un post corposo, “distrazioni” permettendo). La mia visione non è antitetica ma sintetica e penso che le due visioni che citi dovrebbero trovare un sistema per integrarsi mentre spesso si fanno la guerra. Nelle visioni ideologizzate e rigide, ad esempio, chi si dedica di conservazione vede con grande diffidenza chi guarda alla valorizzazione dinamica, leggendolo con una lente deformante che restituisce l’immagine di un “traditore della causa” e viceversa.

    Sulla visione antropocentrica, è vera ma anche questa la vedo ribaltata e dovrebbe evitare l’escissione dell’uomo dalla natura come se fossero due cose distinte e noi fossimo giunti sul pianeta come alieni. Sapere come funzionano le dinamiche umane (anche quelle di consumo e di mercato) può essere uno strumento per garantire una migliore sostenibilità del sistema-biodiversità?

  3. Matteo Radice ha detto:

    Un saluto a entrambi,

    ho avuto modo di lavorare alcuni anni con le comunità Shuar e Achuar della zona amazzonica sud orientale dell’Ecuador ed il tema che avete affrontato è ancora parte integrante della mia vita.
    Mi sento vicino alla posizione di sintesi presentata da Meristemi ma ciò non toglie valore e legittimità al dubbio antropocentrico di Silphion. Nella mia esperienza però, la dicotomia prevalente non era tra la natura come preda dell’uomo o come giardino (in senso positivo) dello stesso, bensi tra uomo con una “cosmovisione integra” o “uomo-macchina industriale”. La seconda versione segue tutte le sperienze di frontiera (culturale, educativa, geografica, ecc.) che ho visto, anche in Perù e Brasile, ed è tema centrale del dibattito interno ai gruppi indigeni. I processi di assimilazione culturale cambiano la relazione uomo-territorio e spesso la piegano a logiche produttive e sociali incompatibili, ma questo non toglie che le stesse minoranze etniche sono a volte promotrici di questo cambiamento e diventa difficile incontrare con loro alternative sostenibili realmente convincenti o culturalmente accettate. E’ una sfida molto interessante e la vivo collaborando ancora con alcuni gruppi amazzonici, purtroppo non penso di avere soluzioni predefinite ma la perseveranza sui modelli di sviluppo sostenibile mi pare ancora la via più pragmatica, senza per questo rifiutare totalmente gli spunti dei teorici della decrescita.

  4. Un saluto a tutti e un ringraziamento per la possibilità di sviluppare questo dialogo.
    anche io accolgo la visione sintetica (o dovremmo dire sincretica🙂 ?) meristematica, nel senso del rifiuto del chiudersi in sterili contrapposizioni (sia dal punto di vista teorico che pragmatico) per ricercare una soluzione ai problemi che ci confrontano. Però oserei andare oltre e disturbare Bateson per dire che è necessario andare oltre alla sintesi, se per sintesi intendiamo la possibilità di una visione “comprensiva e panoramica”, e pensare allo “spostamento dello sguardo” che vede le due posizioni non come poli statici ed opposti ma come aspetti di un più generale discorso, che trova di volta in volta altre contrapposizioni contingenti. Come dicevo più sopra, mi sembra che entrambe le posizioni (manager dell’ambiente versus visione olistica armoniosa) in fondo pensano alla natura come “fatta” per l’uomo, nel primo caso perché è un deposito di risorse per l’uomo, e la sua difesa è fatta nel nome degli interessi umani, nel secondo caso perché la natura sarebbe in rapporto armonioso con l’uomo, e andrebbe rispettata perché solo così si rispetta un “ordine naturale”. nessuna delle due posizioni lascia spazio alla possibilità del rispetto per la natura anche in un mondo non “progettato” per l’uomo. Mentre mi sento vicino alla posizione di Jane Bennet (Unthinking Faith and Enlightenement), che propone la possibilità di una etica ambientale che veda il rapporto con la natura come essenziale ma problematico, come una affinità profonda che comprende anche delle resistenze persistenti. Con il termine da lei coniato, un “fractious holism”.
    Questo può sembrare, anzi è, molto teorico, ed è certo che dobbiamo discutere di come giorno per giorno, affrontare i problemi, come giustamente dice Matteo Radice (molto interessante la tua esperienza!) di sviluppo sostenibile pratici. E come giustamente dice Meristemi, la conoscenza delle dinamiche di mercato è sicuramente fondamentale per comprendere ed affrontare il problema, per non perdersi in astratte considerazioni. Ma ciononostante penso che oltre a domandarsi “come proteggere la biodiversità” sia importante domandarsi “perché proteggere la biodiversità” e domandarsi come si legano e si influenzano questi due interrogativi.
    Attendendo il megapost di Meristemi, a presto

  5. @ Silphion
    Il “megapost” era più vocato all’aspetto pratico-economico della relazione mercato vs. biodiversità, in effetti. Quando ho scritto queste righe l’osservazione che mi era venuta era, in sintesi, la seguente: quando si parla di biodiversità il mondo produttivo non è in genere invitato al tavolo e gli viene assegnato il ruolo di convitato di pietra. Eppure rappresenta attualmente lo strumento comunicativo più potente e potenzialmente più in grado di intervenire per modificare trend e rotte.

    Non avevo tenuto conto del versante più filosofico del difficile triangolo uomo-biodiversità-conservazione. La tua domanda “perchè proteggere la biodiversità” mi ha però fatto venire in mente altre considerazioni, che sto cercando di sviluppare attorno al posizionamento dell’uomo nella natura che mi pare il cardine del tuo discorso.

    @Matteo
    La contrapposizione che descrivi sembra più ideologica attorno alla relazione uomo-natura, o sbaglio?

  6. Matteo Radice ha detto:

    @Meristemi

    direi di si, e senza voler semplificare troppo direi che dobbiamo porci nell’ottica delle popolazioni che vivono in zone ad elevata biodiversità, si tratta di capire con loro come affontare quotidianamente la sfida dello sviluppo e della sopravvivenza. Quindi la riflessione sul posizionamento dell’uomo nella natura deve essere multietnica e multiculturale, quale uomo posizioniamo nella natura? L’europeo, il nativo o il “colono” che fugge da zone con maggiore povertà? E quanto sono labili e sfumate oggi queste classificazioni culturali? A mio avviso quindi, è fondamentale invitare al tavolo il mondo produttivo ed avviare un serio e difficile confronto, altrimenti chi vive quotidianamente la biodiversità continuerà a restare incastrato tra modelli conservativi sussidiati (quanti falsi parchi naturali ho visto…..) e mercanti illegali di legname.

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