La Stevia va al mercato

steviSeguo con molta curiosità l’evoluzione delle vicende legate a Stevia rebaudiana ed ai glicosidi dolcificanti ipocalorici che contiene (qui le puntate precedenti).  Mi ha interessato e mi interessa soprattutto per le sue potenzialità in termini di sviluppo, per il fatto che può (o potrebbe) essere una fonte vegetale su cui costruire -per una volta da zero- una filiera di produzione e distribuzione sostenibile ed equa. La mancanza di reti pregresse faciliterebbe questa operazione, che in filiere già consolidate incontra inevitabilmente maggiori resistenze. Con la Stevia invece il campo sembra più sgombro e si possono (o potrebbero) implementare nuove strategie e nuovi equilibri più attenti ad esempio alle garanzie per i produttori, al dimensionamento dei volumi, alla sostenibilità della produzione. Ho lasciato qualche condizionale, perchè non ho gli strumenti per capire a pieno queste dinamiche e perchè sin da ora il mercato della Stevia sembra nascere sotto l’egida di un monopolista: l’azienda che ha ottenuto per il suo estratto di stevioside al 95% le autorizzazioni all’uso alimentare. Ed i monopoli commerciali non li digerisco molto bene o almeno non garantiscono un viatico per i buoni propositi di cui sopra. Comunque sia, il vice presidente della PureCircle, l’azienda inglese in questione, ha rilasciato un’intervista interessante nei giorni scorsi, da cui si possono trarre alcuni spunti. Innanzitutto il posizionamento delle coltivazioni. La pianta è originaria del Sudamerica (Paraguay) ed  in un’ottica di sviluppo etico l’ideale sarebbe sostenere la produzione nelle aree d’origine, al fine di sostenere l’economia locale in genere bisognosa di aperture e stimoli, mentre il grosso delle piantagioni è attualmente impiantato in area asiatica. Questo non sembra rispondere solo al minor costo della manodopera ma soprattutto al fatto che sino a pochi mesi fa l’uso alimentare della Stevia era consentito solo in alcuni paesi asiatici, tra cui il Giappone. L’allargamento dei mercati da est verso ovest con le recenti aperture allo stevioside di FDA negli Stati Uniti e forse anche di EFSA in Europa potrebbe giovare anche paesi in via di sviluppo in cui la pianta è endemica e non introdotta.

Altro aspetto rilevante: i volumi ed il rapporto costi/guadagni attuali di produzione sembrano garantire una redditività ideale per appezzamenti piccoli, di circa un ettaro. Questo è in linea con la creazione di cooperative di piccoli produttori che non dipendano per reddito e sopravvivenza esclusivamente dalla coltivazione di Stevia ed è un fatto positivo. Resta però da vedere cosa accadrà se il rebaudioside avrà davvero un successo planetario e quali saranno i limiti di una contrattazione con un unico acquirente che monopolizza la trasformazione del raccolto a prodotto vendibile. La Pure Circle sembra intenzionata, almeno a parole, a lavorare nei canoni della CSR e non resta che sperare in un futuro senza retrogusto amaro.