Migrare al fresco

Non sono solo i volatili a spingersi più a nord in cerca di temperature abbastanza fresche per i loro gusti, ma anche le piante. Con gli ovvi limiti spazio-temporali di spostamenti vincolati dalla dispersione dei semi, anche i vegetali si stanno adattando alle variazioni climatiche e gli esperti di fitocenosi se ne stanno accorgendo da un pò, prima facendo simulazioni e poi misurando l’entità reale delle migrazioni e riadattando la mappatura degli areali. Quella illustrata qui sotto è una hardiness map per gli Stati Uniti, una carta suddivisa in 11 zone climatiche di rusticità delle piante. Serve a caratterizzare le aree vegetazionali più consone alle diverse specie. Non è tracciata verificando le piante presenti ma, al contrario, viene costruita usando dati climatici e suggerendo quali piante sono più adatte ad ogni zona. hardiAd ogni fascia corrisponde quindi un range di temperature in cui vegetano preferibilmente determinate specie.

Il confronto tra i dati raccolti nel 1990 e nel 2006 dall’Dipartimento di Stato americano per l’agricoltura – USDA è pubblicato sul sito dell’Arbor Day Foundation ed è stato ripreso recentemente in un articolo apparso su Herbalgram, a sua volta fortunatamente ad accesso libero sul sito dell’American Botanical Council. Dal confronto dei dati viene suggerito che intere porzioni di stati americani questi ultimi 16 anni sono passate da una zona all’altra. Stati come il Kansas, che erano divisi quasi equamente tra zona 5 e zona 6 sono ora completamente inseriti nella zona 6, più adatta a piante in grado di tollerare temperature più elevate (Acero, Edera, Bosso ad esempio). In alcune aree delle Montagne Rocciose la variazione suggerita è addirittura di due zone e la hardiness zone 3 (quella idonea ad esempio a ginepro ed eleagno) è quasi scomparsa dal New England e limitata a piccole porzioni di territorio sul confine canadese. In questo blog c’è una bella animazione che illustra l’andamento delle variazioni, mentre non mi risulta che un lavoro analogo sia ancora stato fatto per quanto riguarda l’Europa.

Se quella estratta dalle mappe è una indicazione di probabilità, da tempo c’è chi va a verificare cosa avviene realmente sul campo. L’articolo di Herbalgram riassume quel che si è monitorato in Europa, USA ed Asia circa gli spostamenti verso il fresco delle piante d’uso medicinale ed erboristico, ma sono disponibili diverse indagini estese anche alle specie vegetali in genere. Ad esempio sul sito del Global Observation Research Initiative in Alpine Environments sono disponibili decine di pubblicazioni sul tema, molte delle quali descrivono un aumento della competizione tra piante endemiche e piante migrate da climi più caldi (ad esempio da quote inferiori) ed un tremilainnalzamento della linea degli alberi a scapito ad esempio dei vaccinieti in quota. Il riferimento più interessante, ancorchè molto tecnico, è questo articolo in pdf, da cui è tratta l’immagine qui a lato. Nell’arco di 10 anni ad una quota di circa 3000 metri Silene acaulis ssp. excapa ha aumentato la sua presenza mentre Cerastium uniflorum è quasi scomparso.

Tornando all’articolo di Herbalgram, quale scenario migratorio abbiamo di fronte circa le piante medicinali? A pagare dazio maggiore sono ovviamente le specie che occupano nicchie più estreme (molto freddo o molto in quota, ad esempio).  La coltivazione di specie tipicamente alpine come Artemisia genipi sulle Alpi o di Rhodiola rosea potrebbe perdere di redditività a causa della loro cattiva performance al crescere delle temperature. Allo stesso modo gli approvvigionamenti di piante medicinali o da olio originarie dell’Oceania come Morinda  citrifolia ed Aleurites moluccana verranno resi ostici dalla possibile scomparsa delle isole in cui crescono e dalla conversione d’uso dei rimanenti terreni non sommersi in Polinesia e dintorni. Le altre specie medicinali possono sempre trovare uno spazio più consono alle loro esigenze ove migrare (e l’uomo può spostare di conseguenza le coltivazioni), anche se la cosa non è così indolore come sembra in superficie. Le variazioni più rilevanti per queste piante sembrano essere di ordine fenologico, con mutamenti alla cronologia con cui le diverse fasi dello sviluppo di una piante si susseguono rispetto al calendario ed alle stagioni. Alcune piante medicinali in diverse zone del mondo, hanno iniziato ad anticipare l’epoca della fioritura (in genere corrispondente al tempo balsamico, momento ideale per la raccolta) rispetto a circa un secolo fa: l’iperico anticipa di una settimana, la menta piperita di 10 giorni, il mirtillo gigante Vaccinium corymbosum di 2-3 settimane addirittura. Serenoa repens, palma i cui frutti trovano impiego nel trattamento dell’ipertrofia prostatica, un tempo fruttificava solo nel Sud della Florida mentre ora risulta coltivabile a reddito anche nella zona centro-setentrionale del medesimo stato. Evento in accordo con le variazioni suggerite dalla mappa dell’USDA citata in precedenza.

Queste osservazioni suggeriscono peraltro l’utilizzo delle piante come strumenti di biomonitoraggio, dato che in alcuni casi si è rilevata una correlazione tra aumento della temperatura ed anticipazione dell’epoca di fioritura. Nel caso del biancospino questo rapporto è di circa 10 giorni d’anticipo ogni grado centigrado medio. In Natura poi tutto si tiene e si tiene stretto. Alcune specie medicinali potranno andare incontro a problemi di impollinazione, in quanto non tutti gli esseri viventi (nè tutte le specie vegetali) presentano la medesima velocità e capacità di adattarsi al cambiamento climatico.

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