L’Africa, sotto casa (uomini, animali e piante – Ciak prima)

Ieri sono andato in missione esplorativa in uno degli hotspots di biodiversità vegetale più esotici che ho a portata di mano: il minimarket dei cinesi. Grazie allo spirito mercantile globalizzato che contraddistingue i proprietari, nel negozio si trovano da alcune settimane anche numerosi prodotti vegetali di origine africana, destinati alle vivaci comunità senegalesi e camerunensi della città che mi ospita. Biodiversità per migranti verso la quale nutro un’irresistibile pulsione all’acquisto ed alla prova, oltre che benzina ad alto tasso di ottani sul fuoco della curiosità.

3258407252_0f00b6a52cNel cestino sono finite alcune nient’affatto profumate confezioni di Ayoola-Bitter leaf (Vernonia amygdalina), Ogbono-Siaco (Irvingia gabonensis), Okazi (Gnetum africanum) e Netatou (Parkia biglobosa), quest’ultima responsabile in primis dell’odore del pacchetto a casua dell’affumicamento cui è sottoposta. Le foto delle droghe sono già su Flickr, quelli qui a lato sono i cotiledoni di Irvingia. L’aroma da sigaro del Netatou non è però la sola cosa che i sacchettini di plastica -spessa ai limiti del vintage- si sono portati dietro: una volta a casa ogni mucchietto ha iniziato a raccontare storie ed aprire finestre ed in attesa di sviluppare le altre una delle più curiose è legata a Vernonia.

Le foglie di Vernonia amygdalina sono amare così come tutte le parti verdi della pianta e vengono utilizzate nella medicina popolare africana per ottenere preparati contro i parassiti intestinali, tra le alte cose (esistono indicazioni sperimentali non cliniche sull’attività ipoglicemizzante) . Non solo l’uomo però usa la pianta contro le parassitosi, ma anche dagli scimpanzè e secondo modalità che denotano una vera e propria strategia terapeutica di automedicazione che va oltre il semplice scopo nutritivo, al punto che per lo studio di queste relazioni pianta-animale è stata varata una disciplina a sè stante: la zoofarmacognosia. L’uso delle piante a fini curativi, leggendo i molti esempi disponibili, non è infatti esclusiva umana e si configura come un interessante tipologia di adattamento evolutivo, dato il vantaggio che certe specie animali possono trarre dall’uso terapeutico delle piante. La materia è interessante oltre la mera curiosità etologica e fitochimica (ammesso e non concesso che sia lecito definirle “mere curiosità”) in quanto indica una strada, di nicchia ma reale e legata ad un mercato esistente, da cui attingere informazioni per lo studio di preparati di basso costo, accessibili dove le farmacie ancora non ci sono e non sono possibili standard igenici adeguati. O per sviluppare preparati d’uso veterinario, da destinare ad esempio al mercato dell’allevamento biologico.

vaNel caso di Vernonia amygdalina gli scimpanzè affetti da elmintiasi consumano i rami giovani masticandoli e sputando la parte fibrosa. Apparentemente non utilizzano le foglia a causa di una loro maggiore tossicità, evidenziando una scelta mirata probabilmente trasmessa tramite insegnamento. E pare funzionare, almeno a livello sintomatico e forse anche riducendo la conta fecale di alcuni parassiti specifici (pare esserci una certa selettività d’azione) principalmente per via dell’attività di alcuni lattoni sesquiterpenici e glicosidi steroidei. La vernonia non è neppure l’unica pianta usata dagli scimpanzè come antielmintico ed ancora più elaborato sembra essere l’utilizzo di foglie di specie del genere Aspilia, ingerite intere ed accuratamente arrotolate a fisarmonica una alla volta, probabilmente per sfruttare l’azione di cattura fisica esercitata dalla fitta peluria presente sulla lamina inferiore. Questa strategia consentirebbe l’espulsione meccanica di larve ed uova dall’intestino senza determinare la tossicità propria della pianta. Le foglie vengono escrete intere e sono consumate non a caso nella fase iniziale dell’infezione o addirittura all’inizio della stagione delle piogge, quando il rischio di insorgenza dell’affezione è più marcato.

Per saperne di più, la storia completa e dettagliata di questi ed altri esempi di zoofarmacognosia è raccontata in questo articolo, direi il migliore sulla piazza. Presso l’Università di Kyoto è stato (e forse è tuttora?) attivo un centro (CHIMPP – Chemoethology of Hominoid Interactions with Medicinal Plants and Parasites) esplicitamente legato allo studio dell’uso non alimentare e farmaceutico di piante da parte dei primati (scimpanzè soprattutto). Una review completa e ricca sul tema del trattamento “erboristico” delle parassitosi da parte degli animali selvatici è stata invece pubblicata l’anno scorso (qui il pdf). Include anche la descrizione di altri comportamenti che integrano l’azione biologica di metaboliti secondari vegetali ed esigenze animali, quali l’uso di droghe antibatteriche nei formicai, di Balanites aegyptiaca contro la schistosomiasi nei babbuini e lo sfregamento sulla pelliccia di piante repellenti gli ectoparassiti da parte delle scimmie cappuccine. Ancora più completo immagino sia il libro Wild Health: How Animals Keep Themselves Well and What We Can Learn From“.

Cosa non si impara andando dai cinesi.

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Zoopharmacognosy-Self-Medication in Wild Animals
Rajasekar Raman and Sripathi Kandula
Resonance,  March 2008, 245-253
(scarica il pdf)

The study of parasites and their likely influence on optimal foraging and mate-selection in animals has attracted much
attention in recent times. The possible effects of parasites on the host include the manipulation of host behaviour by parasites and the emergence of host behavioural adaptations for protecting against parasitism. Self-medication in wild animals is believed to be the behavioural adaptation evolved primarily against parasites and associated diseases. In this article, we have briefly reviewed some types of unusual behaviour observed inmammals, birds and insects which can be considered as self-medication.

7 thoughts on “L’Africa, sotto casa (uomini, animali e piante – Ciak prima)

  1. murex26 ha detto:

    “Ieri sono andato in missione esplorativa in uno degli hotspots di biodiversità vegetale più esotici che ho a portata di mano: il minimarket dei cinesi.” ahahaha fantastico!! non l’avevo mai considerata sotto questo punto di vista..

  2. A guardare le cose con occhi diversi c’è sempre da imparare. E’ un bell’esercizio di sguardo laterale, aiuta -molto- anche a capire culture e persone che non sono più cosi’ distanti (nello spazio e nel tempo) da noi e la curiosità smuove le montagne e crea ponti tra le persone. In fondo, è come l’andar per fiori di qualche post addietro: chi non si nutre di scoperte pianta i piloni di cemento per gli impianti di risalita.

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