Bisogna farci il callo (con le biotecnologie in fitocosmesi)

ergreenPare che l’ultima frontiera della cosmesi naturale hi-tech più aggressiva siano le cosiddette cellule “staminali vegetali”. Alcune aziende, anche ben note, hanno lanciato spesso a caro prezzo, prodotti basati su di esse e li stanno promuovendo senza lesinare denari, producendo diffusi riferimenti di carattere tecnico-scientifico, come testimonia l’intera pagina acquistata nei giorni scorsi sul Corriere della Sera e qui scannerizzata molto approssimativamente. In giro compare anche qualche incerto ed ambiguo editoriale.

La realtà è leggermente differente rispetto alla distorsione operata dalle esigenze di marketing e provare a spiegare l’operazione può essere utile. Innanzitutto il riferimento alle staminali ed il richiamo spinto alle biotecnologie mediche è quasi puramente mediatico. L’equazione richiamata nella mente del consumatore è elementare: se le staminali animali sono il futuro della ricerca biomedica contro certe malattie e contro il fisiologico degrado del nostro organismo, allora le loro omologhe vegetali saranno altrettanto innovative, efficaci e vincenti in ambito cosmetico. Se le staminali animali rigenerano organi, quelle vegetali possono riparare la pelle, magari risultando più accettabili e sicure, dato che non si portano dietro uno scenario etico da piccolo Frankenstein. Si punta, in altre parole, ad una traslazione di senso operata mediante una specie di sillogismo non particolarmente corretto. Ecco quindi che le “staminali vegetali” vengono descritte come “potenti rigeneranti della pelle” (richiamo alla rigenerazione di organi da staminali animali), diventano in grado di produrre “eccezionali principi attivi che consentono loro di rimanere allo stato embrionale indefinitamente, per tutta la vita della pianta,“auto-perpetuandosi” (riferendosi ad un’azione quasi ormono-simile che richiama senza tanti giri di parole un’eterna giovinezza) e grazie ad “un’avveniristica bio-tecnologia” questi “concentrati di cellule staminali dalla fortissima capacità rigenerante” sarebbero “in grado di interagire con le cellule staminali della pelle fungendo da starter per la riattivazione dei processi cellulari cutanei rallentati dal passare degli anni“. In queste affermazioni sono nascoste diverse ambiguità.

Ma cosa sono queste “staminali vegetali”? Le piante hanno alcune caratteritiche che le differenziano nettamente dagli animali. Una di queste è la crescita indefinita: esistono tessuti vegetali preposti a rigenerare in continuo nuovi tessuti e nuovi organi per garantire alla pianta la crescita di radici, fusto, nuove foglie, ecc. Questi tessuti embrionali e non differenziati (ovvero non specializzati) sono detti meristemi (ehm, ehm) e consentono tra l’altro ai vegetali di platcelloperare una normale e fisiologica clonazione, operazione che può avvenire in laboratorio oppure normalmente in campo. La propagazione per talea, ad esempio, sfrutta questa caratteristica.  La questione della propagazione però non ci interessa in questo caso, mentre è rilevante il fatto che le cellule meristematiche possono essere riprodotte e coltivate in vitro, di solito in sospensione liquida all’interno di bioreattori o più raramente in forma solida a formare quelle strutture dette “calli” che danno il titolo al post. Nelle condizioni semplificate di una coltivazione in vitro in assenza di determinati ormoni vegetali, il divenire di queste cellule viene arrestato alla condizione di potenza,  ovvero bloccato allo stadio giovanile, embrionale. Esse si replicano indefinitamente senza mai “invecchiare”, senza mai trasformarsi in tessuti adulti e specializzati.

Per un esperto di marketing l’appeal dell’eterna giovinezza richiamato da quest’ ultima frase è evidentemente una tentazione troppo forte a cui resistere. Purtroppo quando nei promozionali delle aziende cosmetiche si parla di “eccezionali principi attivi che consentono loro di rimanere allo stato embrionale indefinitamente, per tutta la vita della pianta”  e si sostiene che queste celule possano riattivare la divisione e la proliferazione delle cellule cutanee per dar luogo alla formazione di nuove strutture della gioventù, si gioca sulla confusione, riferendosi probabilmente al pool di ormoni vegetali e di segnali generati dai tessuti circostanti ai meristemi. Forse è inutile (ma a questo punto doveroso) ricordare che ormoni vegetali come citochinine, auxine, giberrelline e compagnia siano totalmente diversi, incompatibili e basati su meccanismi radicalmente differenti da quelli che regolano il turnover cellulare animale. L’equivalenza ormone vegetale della giovinezza = ormone animale della giovinezza è totalmente priva di senso.

E allora, è tutto da buttare? Le cellule meristematiche in realtà qualche vantaggio lo potrebbero mettere sul tavolo, basterebbe cercare di far leva più sulla verità che sull’immaginazione fantascientifica, spendendo meglio quello che si conosce. Le loro caratteristiche e la possibilità di controllare molti parametri di crescita ad esempio permettono la produzione standardizzata su scala anche semi-industriale di grosse quantità di cellule vegetali, stimolando in esse l’accumulo di certi metaboliti secondari. Infatti, se sottoposte a stress di vario tipo (carenza di nutrienti, di temperatura o luce, ecc.), queste cellule indifferenziate rispondono aumentando la produzione di sostanze difensive specifiche, tra cui ad esempio varie classi di polifenoli. La bibliografia in merito è praticamente sterminata dal momento che fisiologi vegetali, biochimici e fitochimici lavorano da decenni sull’argomento, soprattutto dedicandosi alla produzione di metaboliti secondari vegetali di interesse farmaceutico la cui produzione naturale non è sostenibile rispetto alle richieste di mercato (tassolo da Taxus brevifolia, alcaloidi di Catharanthus roseus gli esempi più noti). La possibilità di coltivare in vitro queste cellule garantisce anche -a fronte di costi nettamente superiori- l’ottenimento di fitocomplessi arricchiti e potenziati ed al tempo stesso molto più standardizzati come composizione, in quanto tutti i fattori di variabilità sono controllati e resi uniformi durante la crescita delle cellule nel bioreattore.

bpioteSe si vanno a spulciare le piante usate nei prodotti cosmetici citati in precedenza, si incontrano specie come Syringa vulgaris, Nelumbo nucifera o specie appartenenti al genere Quercus e Buddleja, tutte piante note per la buona produzione di polifenoli vari (flavonoidi, fenilpropanoidi). Queste sostanze sono spesso già usate in cosmesi per la loro azione antiossidante e blandamente antinfiammatoria, proprietà spesso correlate alla prevenzione dell’invecchiamento cutaneo e la possibilità di ottenere fitocomplessi controllati poteva essere una leva più onesta. In sintesi, l’utilizzo di estratti ricchi in specifiche sostanze ottenuti da “staminali vegetali” può avere un significato più spendibile di un incerto castello e le basi razionali per giustificare un loro impiego potrebbero esserci. Resta da chiedersi perchè non si possa cercare di fare marketing usando nozioni veritiere, anche se l’alibi fornito dall’appeal biotech per giustificare un bel ricarico sul prezzo finale è una buona risposta.

5 thoughts on “Bisogna farci il callo (con le biotecnologie in fitocosmesi)

  1. murex26 ha detto:

    Interessante articolo! quindi.. estratti di piante le cui cellule sono state sottoposte a stress (e hanno quindi sviluppato una serie di metaboliti secondari a noi tanto cari), sono più efficaci di estratti di piante cresciute in condizioni ottimali? e la differenza di questi estratti si riscontra anche se questi sono inseriti nelle creme?

  2. Provo a farla semplice, anche se non lo è. Le colture in vitro sottoposte a stress possono produrre più metaboliti secondari (nel senso di quantità maggiori, raramente si tratta di metaboliti diversi da quelli presenti nella pianta d’origine). Non tutti i metaboliti secondari sono coinvolti, ma solo quelli che in un modo o nell’altro sono legati alla risposta della pianta a quel tipo di stress. Far crescere le cellule in un ambiente controllato garantisce una ripetibilità del prodotto molto maggiore rispetto alla coltivazione in campo, dove le variabili sono infinite e difficili da controllare (nutrienti, clima, variabilità genetica intraspecifica, ecc.). Non è automaticamente detto che un estratto da colture in vitro sia più efficace ma di sicuro è più standardizzato, più ripetibile, meno soggetto agli effetti del post-raccolta, dell’essiccatura, ecc. Un prodotto da bioreattore è praticamente sempre uguale, mentre quello “naturale” è sempre diverso. E’ più farmaceutico ed “industrialmente garantito”, se si preferisce, e sfruttare questo elemento anzichè altri in sede di marketing credo sia più onesto.

    Sulla questione efficacia, premesso che si parli di un ingrediente funzionale realmente efficace, la differenza nel cosmetico direi che la fà la dose: se uso un nanopicogrammo di estratto di tè verde, la sua origine è poco rilevante, mentre il suo costo sì.

    Il problema grosso infatti è che il costo dei sistemi basati sulle biotecnologie vegetali non è ancora sostenibile, ma la ricerca di base è molto sviluppata e diffusa nei laboratori di mezzo mondo. Il più delle volte il rapporto investimento/beneficio non vale la candela, a meno che non si vogliano produrre principi attivi d’uso farmaceutico ad altissimo valore aggiunto (il tassolo, ad esempio, o l’artemisinina). Al tempo stesso si è raccolto un grosso know-how sull’utilizzo delle colture in vitro ed in alcuni casi si cerca di fare cassa con questo know-how, lavorando con aziende che non sempre veicolano il messaggio a dovere. Spesso, spero, per semplice cattiva comunicazione tra chi si occupa del lancio del prodotto e chi svolge la ricerca.

  3. Teresa ha detto:

    Bellissimo articolo ma,in sintesi,cosa possono fare le cellule staminali vegetali per la nostra pelle?solo antiossidanti come la vitamina C o la E?Nessun effetto rigenerativo,ho capito bene?

  4. Possono contenere molecole, principi attivi dotati di varie azioni a carico del derma. Non hanno alcun effetto rigenerativo di tipo ormonale, ma possono contrastare l’invecchiamento, quello sì, ovviamente in funzione di quanti di questi principi attivi vanno a finire nel prodotto finito. Stiamo peraltro parlando delle stesse sostanze chimiche presenti nelle piante intere e formulate in vari prodotti cosmetici che in genere costano meno (in genere polifenoli, più che vitamine C ed E). L’azione non è dovuta alla presenza di cellule staminali vegetali nel prodotto, quanto all’abbondanza di sostanze chimiche che queste si portano dietro.

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