Non dire khat

khat1aUn esaustivo articolo sul Los Angeles Times (Khat – Is it more cofee or cocaine?) rilancia una questione attuale anche dalle nostre parti: con l’incremento delle comunità etiopi, somale, eritree e keniane il consumo di foglie e fusti giovani di Catha edulis tende a crescere e si rende necessaria una mediazione culturale per risolvere il problema. Presso queste popolazioni il Khat è considerato come una droga sociale, masticata per il suo effetto eccitante durante animate discussioni o ritrovi amichevoli e sebbene sia bandita dalle leggi islamiche, nei paesi meno fondamentalisti ed in quelli epicentro della tradizione (lo Yemen ad esempio) è ampiamente utilizzata e diffusa, al punto che è consueto coltivarla nell’orto di casa. Un documentario dell’Australian Broadcasting Corporation, purtroppo non embeddable, descrive bene il radicamento del Khat nella cultura yemenita ed il dualismo nel paragone con caffè ed alcool in occidente, anche se le indicazioni tossicologiche non sono sempre ineccepibili.

Se infatti il paragone con il caffè regge per esprimere la sua accettazione sociale ed il ruolo di aggregazione, quello con l’alcool è in realtà più calzante per comprenderne la dimensione più borderline. Il Khat infatti non solo presenta un’azione eccitante ed anoressizzante legata alla presenza di pseudoalcaloidi simili all’anfetamina, ma il suo consumo cronico si porta dietro un quadro tossicologico e di problematiche neurologiche e sociali non trascurabile, come riassunto in una recente review in open access. All’azione mutagena, con elevato rischio di esiti cancerogeni a livello del cavo orale, si abbinano usi non moderatamente voluttuari bensì stupefacenti, anche criminogeni ed additivi. In aggiunta, e similarmente all’alcool, il suo abuso determina spesso situazioni critiche a livello familiare, con spreco di risorse economiche vitali per la sussistenza di nuclei di immigrati in genere non abbienti ed un generale degrado delle relazioni sociali e lavorative.

Come negli Stati Uniti anche in Europa ed in Italia il consumo ed i sequestri sono in crescita, complice la sua inclusione tardiva tra le smart drugs e la coltivazione in nazioni disastrate come la Somalia. Il consumo tradizionale è tuttavia basato sulla foglia fresca e questo limita la diffusione del khat in quanto dalla raccolta al consumo non possono passare più di 2-3 giorni, anche a causa della degradazione del catinone. Questo ha sinora rappresentato per certi versi un fattore limitante la diffusione, anche se in commercio iniziano ad apparire estratti concentrati artigianali più adatti allo spaccio ma ad alto rischio per dosaggi e qualità. La risposta delle società occidentali si concretizza nella creazione di barriere e divieti ed anzichè intraprendere forme di integrazione culturale  in molte nazioni occidentali il Khat è stato pertanto bandito (credo che solo in Olanda ed in Gran Bretagna –forse per poco ancora– l’uso sia liberalizzato). Questo ha aperto di fatto un contenzioso culturale con chi desidera difendere una tradizione, un’esigenza di identificazione e riconoscimento e pertanto non ritiene di commettere un crimine distinguendo tra uso ed abuso, ponendo in commercio anche in maniera aperta una pianta che non considera illegale. Volendo fare un parallelismo, lo scenario non è molto diverso da quello di uso-abuso di auperalcolici nei paesi slavi. Ad esempio alcuni anni fa il miraa o marungi (nomi locali del khat) si potevano trovare negli ortofrutta etnici di Roma, tra l’okra e la yucca.

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Adverse effects of khat: a review
Glenice Cox & Hagen Rampes
Advances in Psychiatric Treatment (2003), vol. 9, 456–463
(Scarica il pdf)

Catha edulis (khat) is a plant grown in the countries around the Red Sea and on the eastern coast of Africa. Its leaves are chewed by the local people for their stimulant action. Its principal active constituents are cathinone and cathine, which have sympathomimetic actions. Migration of Africans from these countries has spread the habit of khat chewing to the West. Chewing khat has a number of important psychological and physical sequelae. ‘Khat-related’ psychosis is very similar to that seen following use of amphetamines.

2 thoughts on “Non dire khat

  1. guntherkfuchs ha detto:

    è un post molto interessante chiunque è andato in questi paesi si è accorto dell’uso diffuso del khat, è normale che usi e costumi seguono il percorso degli immigrati, è un problema che si pone anche a livello normativo, perchè c’è una diversa ideale legale per il suo uso. Proibire non ha mai risolto e l’integrazione culturale sembra un miraggio

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