La maledizione della panacea

av-2099235Il signore che gesticola qui a fianco è un’icona storica dei videogames e si chiama Smiling  Stan. Un caratterrista in pixel animati, un personaggio dai tratti iperbolici e parossistici che deve la sua fama alla saga di Monkey Island, dove incarna il venditore all’ennesima potenza, il personaggio digitale su cui pende un non detto “comprereste un’auto usata da quest’uomo?” Il gesticolare incessante, la logorrea impacabile e la nota nevrotica del piedino che batte all’infinito connotano un topos mediatico che nasce sulle tv americane ed ormai ricorre anche sui nostri schermi. Lo stampo è quello del venditore che non lascia spazio alla riflessione del potenziale acquirente, che inebria di parole vuote e mimica ipnotica sino a rifilargli il più inutile ed insensato degli oggetti, la sòla definitiva. Nelle diverse edizioni del videogioco Stan indossa coerentemente i panni di venditore di navi prima, poi è assicuratore, venditore di bare usate ed infine agente immobiliare di multiproprietà. Per lui mi permetterei di suggerire alla LucasArts un futuro ruolo da responsabile marketing di integratori alimentari/prodotti naturali, chè il settore offre un playground di tutto rispetto.

Quando un prodotto di origine vegetale (sia erboristico che alimentare) sfonda ed esce dalla nicchia del consumo specializzato per entrare nel mainstream del mercato, il dazio da pagare all’intraprendenza dei vari Stan di turno è oneroso. Lo paga l’immagine della pianta d’origine, che si perde in un orizzonte indistinto di esotismi improbabili e nella sua trasformazione da frutto -alimento tangibile e naturale per se- in estratto, in polvere transnaturale. Lo paga chi ne ha promosso inizialmente l’utilizzo, in genere travolto dai pesci grossi pronti a far valere le loro regole commerciali fatte di prezzo basso a qualunque costo, di perdita di legame tra merce, terra e consumatore. Lo paga nel complesso l’immagine di un intero modo di intendere le cose e di cercare di capirle per quello che realmente sono, perchè ogni dato correlato alla merce deve essere semplificato prima ed amplificato poi al fine di distorcere, di facilitare le vendite e costruire una cortina mistificante che agevoli il ruolo di Smiling Stan. Tutti, inevitabilmente finiscono nel tritacarne da cui entrano gli alimenti base ed escono i fashion foods.

acaiNel tritacarne in questi ultimi mesi c’è l’Euterpe oleracea al secolo Açai, palma amazzonica che ha fatto il botto sul mercato statunitense, partendo da un retroterra di raccolta sostenibile e spesso fair trade. Il frutto dell’Açaì è ricco (che più ricco non si può) di varie tipologie di polifenoli e di conseguenza presenta un’azione antiossidante molto elevata, in più è assai gradevole al gusto e processabile dalla grande industria alimentare grazie ai buoni volumi di produzione, assicurate dai diffusi e rigogliosi palmeti alla foce del Rio delle Amazzoni. La raccolta ha un impatto ambientale non nullo ma limitato e l’aumento delle quote di mercato ha significato e significa benessere per i raccoglitori dell’oriente amazzonico. Insomma, il classico prodotto non-timber, con un retroterra nell’alimentazione tradizionale, spinto verso i nostri lidi anche da una massiccia dose di ricerca e dall’esigenza di creare un prodotto idoneo a sostenere ecosistemi fragili. Motivazioni difficili da spiegare a Smiling Stan, che su certe frequenze non è sintonizzato.

Il boom commerciale negli USA ha portato molto rapidamente ad uno slittamento del senso dell’utilizzo dell’Açai: da bevanda o frutto gradevole con l’optional di un importante contenuto di antiossidanti, secondo un filone più volte descritto su queste pagine, l’acaì è diventato una panacea per ipotetici miglioramenti dello status cognitivo, un antistress,  un energizzante, sino a giungere al vero topos dell’integrazione alimentare yankee: la perdita di peso. Inutile dire che non esiste la benchè minima evidenza in questo senso, anche in ricerche di basso livello ed il ciarlare degli Stan dell’açai dimagrante è un’invenzione bella e buona. In questa conversione mediatica sulla via della panacea, nascono dunque siti ingannevoli come questo, marchette travestite da blog in cui un consumatore fittizio decanta le lodi del prodotto che ha garantito il trapasso da brutto anatroccolo a cheerleader. Si moltiplicano al tempo stesso i siti promozionali che, di diluizione in distorsione trasformano senza dati attendibili indicazioni preliminari su un’azione positiva in asserzioni garantite di efficacia (in genere da un personaggio dello spettacolo più o meno famoso) su svariate disfunzioni o patologie. Ora, evidentemente il prodotto può essere venduto per gli scopi più inverosimili, infondati e lontani dal suo vero senso, ma fregare sul soldo evidentemente è inammissibile, per cui negli USA stanno dando un giro di vite alla faccenda, a causa di alcune gestioni truffaldine dei free-trial, come riassunto in questo dettagliato report.

Purtroppo il risultato ultimo di queste strategie di vendita è quello di svilire, delegittimare, la credibilità di tutto un settore agli occhi dei consumatori, bruciando per pochi mesi di profitto le possibilità di costruire una filiera consolidata su un modo eticamente solido di fare commercio e produzione. Alla fine Smiling Stan è proprio come i caratteristi dei film: finchè resta nella finzione è anche un personaggio simpatico, ma quando lo si incontra nella vita reale son dolori.

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