C’è crisi (dappertutto si dice così)

35Quando al presidente brasiliano Lula viene fatto notare che il Brasile non investe energie sufficienti e non manifesta ferrea ed incrollabile volontà per proteggere e conservare la biodiversità amazzonica, la risposta di rimando assomiglia molto ad un “guardate nel vostro piatto, ragazzi. Pensate a quel che avete combinato sulle vostre terre e lasciateci crescere in pace”. In altre parole, la palla viene mandata dall’altra parte della rete con un diritto à la Nadal, molto muscolare, senza moine. Dall’altra parte della rete ci siamo noi europei, ad esempio, che non viviamo ancora in un deserto ed anzi abbiamo qualche nicchia ecologica di grande pregio. Avanzi, relitti forse, ma ci sono e gravitano sul Mediterraneo.  Verso questi habitat attuiamo a livello comunitario politiche di conservazione e possibilmente di estensione più o meno vincenti, spesso legate al non-sfruttamento o alla creazione di aree protette in cui la pressione antropica è più o meno annullata. Si tratta di politiche che costano, che hanno un prezzo sia politico che economico  in termini di ricerca, di applicazione e di sviluppo. Più che di costi sarebbe corretto parlare di investimenti, ma all’opinione pubblica di oggi questa differenza sfugge, col risultato che queste politiche ambientali per la biodiversità europea stentano a trovare seguito. A leggere i recenti resoconti lo “scagli la prima pietra” di Lula ha alcune basi: quasi nessun obiettivo prefissato dall’UE nel suo Biodiversity Action Plan verrà rispettato.

Tra i problemi, le politiche di mantenimento delle aree incolte grazie a sussidi per gli agricoltori, un approccio che non solo trova pochi sostenitori tra i contribuenti ma che soffre enormemente della competitività coi potenziali guaragni in questo periodo di “picco dell’agroalimentare”. Come nel caso delle foreste, la conservazione statica non rende e non sfonda, come ben illustrato in questo articolo del quotidiano finlandese Helsingin Sanomat. Forse strategie in grado di integrare la conservazione con qualche forma di sfruttamento sostenibile potrebbero dare più frutti.

Cliccando sull’immagine, una visione estesa delle aree prioritarie per la biodiversità vegetale europea, tratta dal sito del UNEP-WCMC.

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