Quella volta che ho rubato una tisana d’olivo giapponese

pb181046Questa tisana è un furto. Nel senso che l’ho rubata. Nessun giudizio sul rapporto prezzo-qualità -sarebbe infatti un nonsense per lo zero a numeratore- ma una confessione di appropriazione indebita in una sala riunioni previa occhiata lasciva, dopo averla notata celata dalle carte in un espositore vedononvedo per depliant e brochure. Era li’, seduttiva nella sua scatola verde a ideogrammi manga e la sua voce come il coro delle sirene d’Ulisse m’incatenava al conflitto interiore. Ho iniziato a costruire un alibi credibile alla mia coscienza: era senza dubbio stata lasciata in quella posizione visibile, ma trascurata e nonchalant, da qualcuno che voleva fare del bookcrossing degli infusi. Il bookcrossing degli infusi o teacrossing, ho spiegato al gestore dei sensi di colpa, è una disciplina iniziatica ed sotterranea, praticata da una ristretta cerchia di esperti del settore. Persone piene di fiducia nell’altro, al punto che non esitano a condividere cose buone e belle senza tema di ingurgitare miscele d’erbe sconosciute preparate da ignoti. Sperimentatori mitridatizzati dalle mille prove esotiche ed in cieco. Dopo una rapida trattativa con un Super Io riluttante ho deciso che potevo concludere il corteggiamento e prenderne una bustina, lasciando la scatola ed il contenuto rimanente a disposizione di altri temerari del gusto, senza considerarmi per questo candidato certo al fuoco della geenna.

Mi annoto quindi la marca “shodoshima” dal box -per successive indagini- e mi tengo l’esot(er)ica bustina, con l’intento di ricostruire la strada del green olive leaf tea prima di includerlo nella playlist del brunch domenicale. L’indagine porta subito una sorpresa: non si tratta, come pensavo all’inizio, di un prodotto europeo destinato al mercato orientale, ma al contrario di un prodotto giapponese fatto con foglie di Olea europea coltivato direttamente in Giappone. Shodoshima è infatti un’isola a circa 80 km ad ovest di Osaka, con un clima abbastanza mite da permettere la coltivazione dell’olivo, che le cronache narrano esservi stato introdotto nel 1908 dalla Grecia. A partire dagli anni ’50 questo acclimatamento eccentrico deve aver stuzzicato la proverbiale perversione creativa nipponica, se è vero sull’isola sono venduti freaks culinari come il gelato all’oliva, le olive candite e la cioccolata all’oliva, a fianco dei più convenzionali souvenir a base d’olio, localmente prodotto su piccola scala (circa 30 t/anno). L’alter-ego Watson suggerisce quindi che si tratti di un souvenir giunto alla mia teiera grazie ad un turista o al seguito di una fantomatica delegazione dal Sol Levante.

Al primo sorso è subito chiaro che, come era da attendersi, la tisana è amara come una spremuta di cicoria. No pain no gain. Il filtro inoltre, con biasimo della tecnologia nipponica, non tiene la polvere che è troppo fine ed opacizza l’infuso. L’oleuropeina, principale metabolita secondario della foglia d’olivo ed i vari polifenoli presenti sono infatti notoriamente amari. Dall’altra parte del tavolo mi guardano arricciare le labbra con sgomento, che goffamente cerco di placare con un’estemporanea meta-divulgazione sulla deamarizzazione delle olive da pasto, necessaria per idrolizzare l’oleuropeina ed eliminarne i derivati per lavaggio o trasferimento di fase dal frutto alla salamoia.  Zuccherando, mi consolo del saporaccio pensando che l’oleuropeina ed i suoi derivati sono anche notoriamente antiossidanti, soprattutto perchè dall’idrolisi si ricavano tirosolo ed idrossitirosolo, alla base tra l’altro dell’uso di questa matrice in numerosi fitocosmetici anti-aging.

ollyMentre bevo l’intruglio (su Flickr qualche immagine del making of) sfoglio il Corriere e trovo serendipicamente questo trafiletto, che riprende un lavoro già passato da queste parti. La notizia di una possibile azione ipocolesterolemizzante delle foglie d’olivo non è nuova, ma rispetto al commento del nutrizionista intervistato, pur condividendone la cautela in questo mondo affamato d’iperboli, si possono aggiungere alcune cose. In primis, stupisce l’attenzione per l’approccio farmaceutico della risposta, che focalizza l’attenzione su una singola sostanza laddove è chiaro che quello che si intende suggerire è prossimo all’integrazione alimentare, alla modulazione più dietetica ed incentrata sull’assuzione cronica di basse dosi anzichè farmacologica. Una di quelle applicazioni “grigie” in cui l’interplay tra terapia e nutrizione diventa una triangolazione abbastanza stretta da portare l’azione verso aree e zone di campo più complesse, un elegantissimo esempio delle quali è in questo post di Marco Valussi sull’ormesi – xenormesi. In seconda battuta manca un riferimento al fatto che lo studio citato, certamente preliminare essendo il primo condotto sull’uomo, arriva comunque alla fine di un percorso ormai decennale di evidenze in vitro e su animale che hanno messo una bella tag sull’oleuropeina, quasi ovunque indicata come responsabile dell’azione favorevole in termini di perossidazione lipidica, protezione delle lipoproteine ed azione ipolipemizzante. Non solo, ma buona parte dei benefìci ascritti all’olio d’oliva anche e soprattutto nei confronti dell’aterogenesi e delle degenerazioni ossidative in generale, sono derivati proprio dalla presenza dell’oleuropeina. Che è sì presente nella spremuta di frutti verdi dell’olivo ma è di gran lunga più abbondante nelle foglie, se si resiste al sapore amaro. Tra l’altro, per chi volesse approfondire, non mancano studi sulla possibilità di ricirclare la sansa e le acque di lavorazione delle olive, ricche nell’iridoide amaro, proprio per produrre integratori alimentari ed estratti d’uso cosmetico ed erboristico. Sorseggiando, realizzo che si poteva contattare anche chi, non molto lontano da Via Solferino, si occupa in modo esplicito del ruolo nell’aterogenesi dei derivati vegetali di Olea europea.

Per la cronaca del brunch, per rifarmi la bocca dall’amaro c’è comunque voluta una doppia razione di pancakes imburrati al raspberry seedless. Temo che la sommatoria del mio colesterolo sia andata comunque in attivo, con buona pace di tutti. Giapponesi inclusi.

5 thoughts on “Quella volta che ho rubato una tisana d’olivo giapponese

  1. murex26 ha detto:

    😀 questo post mi ha divertito parecchio, oltre ad essere stato, come sempre, spunto per approfondimenti interessanti😉

  2. Tutto fa un pò male. Nel caso dell’oleuropeina però la dose nociva abbastanza elevata da essere difficile da raggiungere in una tisana, anzi praticamente impossibile. Un grammo di foglie di olivo essiccate ne contiene da 60 a 150 mg e nelle prove tossicologiche acute non si sono riscontrati effetti nocivi a dosi di 1000 mg per kg di peso corporeo. Prima di arrivare verso il limite ce ne vuole e dato il sapore terribilmente amaro ci si ferma ben prima (1000mg/kg sono 80g per una persona di 80 kg…)

    Per completezza ti copio un passaggio da questo articolo:

    Some studies were undertaken to determine the toxicity of Oleuropein and its two main metabolites (hydroxytyrosol and elenolic acid); all were found to be completely non-toxic in several animal species. In acute toxicity studies for Oleuropein, no lethality or adverse effects were observed in mice even when it was administered at doses as high as 1000 mg/kg, thus an LD50 could not be determined. Also, we have previously shown that injection of Oleuropein into fertilized chicken eggs did not interfere with normal embryonic development. Because developing embryos are extremely sensitive to toxicity, these results provide even stronger support for the safety of Oleuropein. Importantly, the breakdown products of Oleuropein, hydroxytyrosol and elenolic acid, exhibited no toxicity even at doses as high as 2000 mg/kg of body weight. Even though several human studies have been conducted with olive extract or its polyphenolics showing no adverse effects, more systematic efforts are needed to examine the safety of Oleuropein in humans.

    Se però ti riferisci alla tossicità ambientale delle acque di lavorazione delle olive (che contengono diversi polifenoli tra cui l’oleuropeina) il problema esiste, ma anche in questo caso è legato alle quantità rilasciate ed al fatto che nel complesso queste acque alterano gravemente le popolazioni microbiche deputate alla degradazione delle sostanze organiche ed hanno anche un effetto tossico sulle piante. L’azione non è docuta all’oleuropeina, ma alla miscela di diversi polifenoli, fenoli ed altre sostenze presenti in queste acque di scarto.

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