Coca e canapa

In Bolivia il presidente Evo Morales, forte della sua politica indigenista, porta avanti una campagna contraria alla cocaina ma favorevole alla coltivazione ed all’uso tradizionale ed industriale della pianta di coca. L’operazione ha anche elementi di populismo tipicamente sudamericani, ma stando a questo reportage di Time questo approccio garantisce anche qualche frutto, specialmente se si valuta anche il rapporto costo/benefico in termini sociali rispetto agli interventi del Plan Colombia. Contraria a priori era l’opinione del maggiorente nordamericano, da sempre più attento a reprimere la produzione che il consumo, alla faccia della legge della domanda e dell’offerta che a Wall Street dovrebbero ben conoscere.

Cardine della politica cocalera del pur discusso Morales è il sostegno agli usi tradizionali ed innovativi di Erytroxylon coca: tisane ad azione tonica, ingredienti fitocosmetici per shampoo o dentifrici, amari, ricerca di nuove applicazioni. Un’operazione analoga, ma meno vistosa dal punto di vista mediatico, la sta portando avanti da decenni la nazionalizzata peruviana Enaco (Empresa Nacional de Coca), produttrice del Mate de Coca Delisse reperibile quasi ovunque nei negozi andini. La strategia è duplice: introdurre nuove coltivazioni alternative, possibilmente autoctone (operazione che si avvantaggia dell’impennata dei prezzi delle materie prime alimentari, che per i campesinos raggiungono ora quotazioni competitive con quelle della foglia di coca) ma al tempo stesso attribuire nuovi utilizzi e soprattutto nuovi valori commerciali alla pianta, secondo uno schema che altrove e da tempo si sta utilizzando per dare nuova vita alla coltivazione della canapa da fibra.

Alla canapa ricca in THC non manca certo il mercato. Per la sorella da fibra da tempo si cercano invece soluzioni alternative che hanno previsto investimenti di marketing (vedasi l’attenzione di Armani, smoking in canapa inclusi – calembour involontario?) ed anche di ricerca. Quella in campo agronomico e produttivo, ad esempio, ha permesso di selezionare linee di piante nane più facili da gestire ed ha consentito di mettere a punto trattamenti enzimatici effettivi in campo, in grado di liberare la fibra dal resto del materiale vegetale senza dover ricorrere alla macerazione tradizionale o a spostamenti del fusto, abbattendo i costi di produzione. Per reggere la struttura dal punto di vista economico, tuttavia, è necessario trovare il modo di applicare la teoria del maiale, quella in base alla quale non si butta via niente ed ogni parte del raccolto trova una sua redditività. Ecco dunque che lo scarto polverulento della lavorazione della fibra finisce a produrre coibentanti per l’industria automobilistica e quello legnoso viene valutato come mangime animale. L’olio dei frutti si usa in cosmesi e come integratore alimentare e l’olio essenziale è stato utilizzato in diverse fragranze maschili per la sua nota speziata.

Anche la percezione della pianta deve cambiare e la sua immagine deve essere spostata dalla sfera stupefacente a quella salutistica, da quella ricreativa a quella utile. Anche a questo servono due interessanti studi sugli utilizzi “altri” della Cannabis pubblicati negli ultimi mesi. In entrambi i casi l’attenzione nasce infatti anche dalla necessità di diversificare le possibilità di impiego e sostenere la filiera di produzione della canapa da fibra, ovvero dei cultivar appositamente poveri in tetraidrocannabinolo. Nel primo (scarica il pdf) alcuni cannabinoidi non psicoattivi hanno evidenziato una marcata attività contro ceppi batterici tra cui alcuni di Staphylococcus aureus resistente agli antibiotici. Questo non significa che un impacco di estratto di canapa vi guarirà da un’infezione di stafilococchi ma che dalla canapa coltivata si potrebbero ricavare estratti semipurificati utilizzabili come conservanti in preparati dermocosmetici, ad esempio. O, più probabilmente, che se ne potrebbero estrarre principi attivi da utilizzare tali e quali o più verosimilmente come building blocks (strutture di partenza) per l’emisintesi di farmaci adatti alla lotta topica contro le infezioni cutanee, sfruttando il fatto che modifiche alla struttura chimica dei cannabindioli attivi non ne hanno alterato l’efficacia antibatterica in modo marcato.

In precedenza uno dei principali costituenti dell’olio essenziale di canapa, un sesquiterpene chiamato beta-cariofillene era stato individuato come responsabile di un’azione antinfiammatoria abbastanza intensa da poter considerare anche questa molecola come un possibile punto di partenza per l’emisintesi di nuovi farmaci non steroidei, sfruttandone l’interazione forte con un recettore cannabinoide (il CB2) coinvolto in vari processi legati al dolore ed all’infiammazione. Questo stess tipo d’azione non è tuttavia elettiva della canapa, dal momento che il beta-cariofillene è praticamente ubiquitario tra le piante essenziere ed analoghi risultati sono stati ottenuti con diversi oli essenziali. In questo caso però si è fatta luce sul possibile meccanismo d’azione.

Non sempre però le informazioni derivate dalla ricerca sono trattate in maniera adeguata. Un altro studio recente, sempre centrato su non-cannabinoidi non caratterizzati in precedenza è stato così lanciato. In realtà, leggendo per bene l’articolo, le indicazioni relative all’efficacia di queste sostanze contro leishmania e malaria sono risultate sì presenti ma assai deboli, lasciando più o meno il tempo che hanno trovato.

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Antibacterial Cannabinoids from Cannabis satiWa: A Structure-Activity Study
Giovanni Appendino, Simon Gibbons, Anna Giana, Alberto Pagani, Gianpaolo Grassi, Michael Stavri, Eileen Smith and M. Mukhlesur Rahman
J. Nat. Prod. 2008, 71, 1427–1430 (scarica il pdf)

Marijuana (Cannabis sativa) has long been known to contain antibacterial cannabinoids, whose potential to address antibiotic resistance has not yet been investigated. All five major cannabinoids (cannabidiol (1b), cannabichromene (2), cannabigerol (3b), Δ9-tetrahydrocannabinol (4b), and cannabinol (5)) showed potent activity against a variety of methicillin-resistant Staphylococcus aureus (MRSA) strains of current clinical relevance. Activity was remarkably tolerant to the nature of the prenyl moiety, to its relative position compared to the n-pentyl moiety (abnormal cannabinoids), and to carboxylation of the resorcinyl moiety (pre-cannabinoids). Conversely, methylation and acetylation of the phenolic hydroxyls, esterification of the carboxylic group of pre-cannabinoids, and introduction of a second prenyl moiety were all detrimental for antibacterial activity. Taken together, these observations suggest that the prenyl moiety of cannabinoids serves mainly as a modulator of lipid affinity for the olivetol core, a per se poorly active antibacterial pharmacophore, while their high potency definitely suggests a specific, but yet elusive, mechanism of activity.

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2 thoughts on “Coca e canapa

  1. Una noticina personale derivata da un intenso soggiorno boliviano che risale a circa 25 anni fa. L’uso delle foglie, ed in particolare del mate, non era affatto limitato alle miniere di Siglo XX, come sembra un po’ sottintendere la Wikipedia. Se appena arrivata accusavi “mal de altura” chiunque ti offriva subito mate di coca -era anche un rimedio portentoso contro il mal di stomaco e non c’era famiglia che non avesse in casa il necessario per questa preparazione (la mia famiglia di allora non era composta da minatori e cholitas, preciso); veniva servito in qualsiasi baretto. Me ne portai a casa una confezione commerciale in bustine di marca niente affatto boliviana né andina -son quasi certa che fosse Windsor.
    Altri utilizzi non ne ricordo, ma va detto che non avevo un’attenzione specifica al tema. Mi premeva solo sottolineare che Morales, IMHO ed almeno in questo caso, non sta affatto facendo del folklore indigenista.
    Perdona la lunghezza, ciao.

  2. Se non ricordo male anche Wojtyla fu abbeverato a mate de coca al suo arrivo a La Paz in occasione di una visita ufficiale e la nazionale boliviana di calcio, si mormora, pare abbia una dispensa antidoping particolare.

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