Il picco del biodiesel

Degli enormi limiti della bolla del biofuel si trovano echi un po’ ovunque. Mi limito a riportare l’opinione da poco rilasciata dalla FAO, più che critica sul sistema di sovvenzioni e sussidi statali che reggono la baracca e sulle ripercussioni nefaste nei confronti dei prezzi degli alimenti di base. Si spera che posizioni così drastiche possano avere un peso sull’opinione pubblica ed esesercitare una pressione sulle lobby agricole che, specie negli USA, hanno fatto una bandiera di questa green revolution al contrario.

Forse non c’entra e forse è un processo che sarebbe avvenuto a prescindere, ma recentemente ho iniziato a vedere in formulazioni fitocosmetiche oli ottenuti da piante coltivate in primis per la produzione di biocombustibili. La superficie coltivata aumenta, i costi di produzione calano e c’è bisogno di diversificare le applicazioni. Un esempio è Crambe abyssinica, che come molte Cruciferae produce semi ricchi in olio, a sua volta ricco in acido erucico. L’erucico è un acido grasso monoinsaturo a catena lunga ampiamente utilizzato come intermedio nella produzione di materie plastiche (biopolimeri o esteri di cere, ad es.), emulsioni e soprattutto lubrificanti. Probabile, ma non è chiaro, che l’olio usato come ingrediente comsetico non sia estratto a pressione e debba il suo impiego ad una buona stabilità ossidativa e ad un costo limitato.

Una scheda completa sull’Abyssinian mustard, come la chiamano gli anglosassoni, è scaricabile qui e copre elementi agronomici e proiezioni d’utilizzo. Già da una quindicina d’anni il Crambe è oggetto di progetti di selezione per individuare le varietà più rustiche e con meno esigenze idriche e di fertilizzanti nonchè per ottimizzare i processi, dal momento che sembra presentare alcuni vantaggi come coltura alternativa rispetto alla ben più diffusa Colza e, ad esempio, risulterebbe competitivo rispetto all’High Erucic Acid Rapeseed (Hear).

Mentre un tempo l’acido erucico era considerato un fattore antinutrizionale tutti si premuravano di selezionare varietà a basso contenuto di erucico e lo dichiaravano ai quattro venti. Ora che la faccenda è rientrata, il componente inusuale è diventato brandizzabile e sbandierato ai quattro venti. Ah, la scienza del marketing (o del murketing?).

Una storia analoga è quella dell’olio di Camelina sativa, che però è ricco di acido linoleico 20% e linolenico 40% ed ha una composizione simile a quella dell’olio di lino. Proprio l’alta percentuale di polinsaturi rende l’olio appetibile per applicazioni cosmetiche come emolliente, anche se inizialmente la spinta alla coltivazione commerciale della pianta è stata un’altra. La Camelina è infatti un’altra Brassicacea particolarmente appetita dall’industria degli oli vegetali per la buona produttività anche in condizioni agronomiche assai spartane (e quindi economiche e se vogliamo anche tipiche dell’agricoltura sostenibile): richiede pochissime lavorazioni del terreno e si difende egregiamente da sola nei confronti delle infestanti, senza bisogno di anticrittogamici.

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