Spontaneamente sostenibili

Al WCC di Barcellona si è parlato anche di conservazione delle piante medicinali spontanee, oggetto di erosione a seguito della perdita degli habitat nativi o in conseguenza di sistemi di raccolta non sostenibile. Un problema ambientale, certo, ma anche economico, dal momento che una percentuale di droghe vegetali superiore al 70% è tuttora immessa sul mercato a partire da risorse non coltivate. E non sempre coltivare è possibile o opportuno, il che rende indispensabile pianificare ed attuare politiche di gestione sostenibile. Un’operazione non semplice, dato che la sola definizione di “sostenibile” è oggetto di diverse interpretazioni. Per tacere poi delle difficoltà legate all’applicazione di eventuali regole: basti pensare che, in teoria, delle linee guida in merito già esistono (quelle emesse dall’OMS con WWF e IUCN) ma restano in genere lettera morta a causa dell’impossibile monitoraggio delle attività commerciali.

Da qualche anno è attivo l’International standard for sustainable wild collection of medicinal and aromatic plants (Issc-Map), un comitato che raccoglie diverse istituzioni, ONG ed anche aziende del settore nel tentativo di perseguire un duplice compito: stilare elenchi di piante medicinali a rischio di conservazione e formulare standard e soluzioni per contenere il problema. Greenreport riassume, in italiano, quanto relazionato dall’Issc-Map al WCC, mentre chi volesse sviscerare in toto la le proposte e lo stato d’avanzamento dei lavori può rivolgersi al sito che ne ospita la documentazione completa. I documenti sono abbastanza burocratesi, diciamolo, ma forse indispensabili per definire i confini di una possibile “certificazione di sostenibilità” delle droghe raccolte allo stato spontaneo.

Un esempio pratico delle attività è descritto in questo video curato da Traffic, una struttura specializzata nel monitorare il commercio illegale di specie viventi. Il video riassume le tematiche dell’Issc-map ed illustra brevemente un intervento fatto in Namibia nell’areale dell’artiglio del diavolo (Harpagophytum procumbens), la cui radice è raccolta allo stato spontaneo e largamente utilizzata in Europa e negli USA per le sue proprietà antinfiammatorie ed antireumatiche. Una semplice ottimizzazione delle tecniche di raccolta silvestre ha permesso di limitare gli effetti della sovraraccolta, evitando al tempo stesso la perdita di guadagni per i raccoglitori. Senza scendere nell’Africa australe, diverse specie nordamericane (Panax quinquefolius, Cimicifuga racemosa, Hydrastis canadensis, per citarne alcune) ed europee (Arnica montana e varie Genziane, ad es.) sono oggetto di raccolta eccessiva. E’ bene ricordare come la sovraraccolta incida considerevolmente anche e soprattutto sulla diversità tra popolazioni di una medesima specie, di fatto erodendo la biodiversità intraspecifica.

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