Forse è il caso di pensare a dei futures biodiversi

La vignetta qui a lato potrebbe contenere un errore, dopotutto. O una speranza. In queste settimane di derivati avariati, di investimenti andati in fumo e di titoli borsistici in caduta libera, un economista indiano della Deutsche Bank ha divulgato i primi risultati di un’indagine pluriennale volta a calcolare il valore economico della biodiversità (e della sua perdita). L’equipe di Pavan Sukhdev ha determinato che le perdite economiche derivanti dalla deforestazione annua si assestano tra i 2 ed i 5 trilioni di dollari (ripeto, ogni anno) e determinano una perdita complessiva del PIL mondiale del 7%. Per capirci, i tracolli finanziari di questi giorni hanno bruciato, sinora, circa 1,5 trilioni di dollari soltanto a Wall Street. Conservare e sviluppare in modo sostenibile potrebbe essere un buon modo di fare macroeconomia, alla fine dei conti.

Come vengono calcolate queste cifre? La risposta più semplice è: sommando perdite dirette (mancati guadagni da sfruttamento immediato e futuro delle risorse ambientali in campo alimentare, farmaceutico ed erboristico) e spese indirette (maggiori costi nella depurazione delle acque, nella gestione del territorio a causa di frane, ad esempio), oltre che computando i costi su scala planetaria in termini di minore assorbimento di CO2 o di diffusione di malattie e carestie conseguenti ad alterazioni climatiche.

Il report di Sukhdev rappresenta un’evoluzione della Stern Review è stato presentato nei giorni scorsi al World Conservation Congress a Barcellona ed una videointervista all’economista è disponibile sul sito dell‘IUCN. Già a fine maggio in occasione di COP-9 a Bonn era stato illustrato lo stato d’avanzamento dei lavori ed edito un pdf completo dei dati e delle indicazioni economico-finanziarie. Il report è leggibile anche a chi, come me, confonde economia e finanza ed è arricchito da sinossi chiare e box esemplificativi che descrivono situazioni reali, problemi ed ipotesi di soluzione. L’argomento è rilevante anche perchè buona parte delle strategie dell’estrattivismo forestale e dello sfruttamento sostenibile della biodiversità si arenano di fronte agli scogli della sostenibilità economico-finanziaria delle iniziative.

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Not all that is very useful commands high value (water, for example) and not everything that has a high value is very useful (such as a diamond). This example expresses not one but two major learning challenges that society faces today. Firstly, we are still learning the “nature of value”, as we broaden our concept of “capital” to encompass human capital, social capital and natural capital. By recognizing and by seeking to grow or conserve these other “capitals” we are working our way towards sustainability. Secondly, we are still struggling to find the “value of nature”. Nature is the source of much value to us every day, and yet it mostly bypasses markets, escapes pricing and defies valuation. This lack of valuation is, we are discovering, an underlying cause for the observed degradation of ecosystems and the loss of biodiversity. Our project on “The Economics of Ecosystems and Biodiversity” is about addressing this second challenge, and making a comprehensive and compelling economic case for conservation of ecosystems and biodiversity.

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