Jampiyachakkuna – sembra scienza ma è politica

Lo scioglilingue qui sopra è il nome quechua del curandero, o almeno la traslitterazione di quello che i Saraguro danno ai depositari dei saperi tradizionali legati alla medicina popolare. Negli ultimi anni in molti li hanno intervistati, hanno raccolto ed organizzato informazioni etnomediche, etnobotaniche ed antropologiche sul concetto di malattia e di terapia nelle loro terre, producendo teorie e repertori, classificando e proseguendo poi per le successive strade della ricerca. Sempre più spesso i ricercatori “occidentali” trovano ostacoli e ritrosie alla conduzione di queste indagini, causate da una sempre maggiore diffidenza delle popolazioni e delle istituzioni locali. Tra i motivi, la sensazione che tutto quel sapere preso e portato altrove passi di proprietà, venga alienato a chi lo ha prodotto e la necessità di mantenere un legame, di conoscere chi-fa-cosa, di essere partecipi e coinvolti in un processo di conoscenza. Del resto, se un grande chef portasse via a mia nonna la ricetta dei tortellini senza neanche condividere in famiglia un pasto comune della sua rielaborazione, l’onta andrebbe lavata col sangue.

Una pratica assolutamente civilissima della zona è proprio quella della socializzazione delle investigazioni: i ricercatori, concluso il loro lavoro, si incontrano pubblicamente con le comunità oggetto degli studi per illustrare, condividere e discutere i risultati, descrivendo in forma semplice ed accessibile il senso del loro lavoro ed i possibili vantaggi che ne potrebbero scaturire per la collettività. Spesso, a fare questo lavoro sono i più giovani, quelli che hanno condotto il lavoro sul campo mettendoci la faccia, alzandosi alle tre della notte per arrivare per tempo col bus e dormendo poi varie notti in comunità. Altrettanto spesso, le domande del pubblico portano a galla un forte desiderio partecipativo, il bisogno un ponte tra comunità sociale e scientifica. Anche per questo il committente della ricerca si preoccupa di editare opuscoli e di distribuirli in loco, divulgando i dati come se fossero open-source ed integrandosi con la società civile.

La dimensione che sta dietro a tutto questo parla di una ricerca non è solo carriera per ricercatori, lotte concorsuali, meriti scientifici, impact factor, rankings e riviste indicizzate, competitività per un grant e tutto nel contesto della socializzazione appare più sensato e civile. Questa forma di restituzione del sapere dal consumatore al produttore garantisce anche una maggiore accettazione del lavoro del ricercatore, facilita i processi interculturali di integrazione sociale e contribuisce al mantenimento dell’identità popolare, mettendo la scienza in una posizione ben più vicina al sentire comune di quanto non siamo abituati noi europei. Pensando anche all’assenza di questa dimensione alle nostre latitudini si ha forse anche un indizio sul perchè di una scienza che si scopre sempre più lontana dalla comprensione popolare, quasi fosse un fenomeno da Biennale di Venezia o un peso gravoso che-non-ci-possiamo-permettere-perchè-c’è-crisi sulle spalle per i contribuenti. Un’entità aliena alla comunità ed incapace di comunicare all’elettore medio la sua oggettiva importanza nello sviluppo di una nazione e di fargli comprendere il masochismo della sua vasectomia economica e culturale.

Una copia cartacea di “Apuntes sobre medicina ancestral del pueblo Saraguro“, uno dei diversi output del progetto “Rescate de la Medicina Ancestral y Prevencion” sostenuto dall’UNESCO sulle Ande ecuadoriane è disponibile qui in redazione, chi fosse interessato alle fotocopie mi contatti via mail. L’opuscolo riporta ingredienti e ricette di decotti e tisane (ma usando solo i nomi popolari delle piante!).

(Nella foto: ponte sul primo tratto del Rio Nangaritza, settembre 2008. Zona di alta Amazzonia in cui l’etnia Shuar sta cedendo terreno ai più intraprendenti Saraguro scesi dalle Ande).

5 thoughts on “Jampiyachakkuna – sembra scienza ma è politica

  1. Ud. también hoy se siente político, Doctor?🙂

    Se posso contribuire con modesta y molesta bibliografia:
    Illich, Ivan – Nemesi medica : l’espropriazione della salute.
    Milano : B. Mondadori, [2004]
    331 p. ; 21 cm.

    Testo discutibile per svariati motivi ed anche datato (1976), ma pur sempre eccellente approccio al tema in oggetto.

    E -ma che lo dico a fare- eccellente anche il suo post, come praticamente sempre.
    🙂

  2. Parla anche della convivialità? Ammetto di essere totalmente ignorante su Illich, ma la parte convivialità/produttività mi incuriosisce. Suggerenze specifiche per un lettore con poco tempo?

  3. A scanso di interpretazioni aliene, vd. ad es. l’introduzione (2 pagine) dello stesso Illich a “La convialità”:
    http://www.altraofficina.it/ivanillich/Allegati/La%20Convivialità.rtf

    (“Chiamo società conviviale una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo”).

    [Disclaimer: è talmente antimoderno che può risultare anche parecchio fastidioso]

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