I semi della discordia e quelli della speranza

Stamattina ho detto ad un collega che sinora il 2008 è stato l’anno delle banche del seme e l’infame subito ha fatto l’occhio malizioso. Io invece intendevo parlare di piante ed in particolare di conservazione ex-situ di germoplasma vegetale, se vogliamo sguazzare nel tech-talk. Del 2008 come anno del lancio del Global Seed Vault alle Svalbard si è già parlato in lungo ed in largo, così come del suo valore come capsula del tempo, al riparo dalle umane follie, croniche o acute che siano.

Le riserve di semi e le banche di germoplasma non hanno però solo una valenza ambientale, anzi. Hanno un valore economico addirittura difficile da quantificare; pensate ad una cifra grossa. Espandetela più o meno all’infinito, specialmente ora che le fonti vegetali di alimenti sono commodities ben più che calde e la crescita dei consumi alimentari viaggia veloce. Seminare è potere, è ricchezza in potenza e ben l’avevano capito Russi e nazisti, che si sono contesi a suon di spie e blitz militari un’ampia banca dati di semi alimentari realizzata dai sovietici durante la seconda guerra mondiale. L’idea della banca era venuta a Nikolai Vavilov ed a testimonianza del valore dell’idea sono attualmente definiti centri Vavilov le regioni di domesticazione e massima biodiversità spontanea delle specie d’uso alimentare. A cavallo tra le due guerre Vavilov aveva iniziato a girare le zone in cui i parenti selvatici delle piante addomesticate erano più numerosi ed aveva iniziato a raccoglierne in massa i semi, per poter avere a disposizione il massimo patrimonio genetico per effettuare incroci, selezioni, ibridazioni.

Il fato del germoplasma russo, trafugato dai nazisti, gestito da un ricercatore poi rifugiatosi in Argentina con la compiacenza degli svedesi e fatto sparire nel nulla -pare- da un prigioniero militare inglese alla fine della guerra è stato riasunto a gennaio da Fred Pearce sul New Scientist (qui il pdf dell’originale). Prima di Pearce tuttavia la storia era stata raccontata con gran dettaglio da due genetisti tedeschi in questo libro (in tedesco) e quindi, se vogliamo, il buon Fred ha fatto quel che faccio anche io: non ha costruito niente di nuovo per se ma ha riarrangiato fonti già generate da altri. Come in ogni rispettabile spy-story, tutti i protagonisti sono poi scomparsi in una nuvola di mistero sulfureo che lascia spazio a fantasie di congiure, complotti ed interessi occulti. L’articolo del New Scientist è stato tradotto in italiano sul numero di metà settembre di Internazionale, purtroppo non disponibile online.

Ancora più recentemente lo stesso Pearce ha dato alle stampe sulla rivista dell’università di Yale un accorato appello sull’importanza della conservazione della diversità genetica, da conseguire attraverso l’impulso delle banche del seme. Svalbard a parte, queste istituzioni sparse per il pianeta soffrono di problemi gestionali cronicamente legati alla scarsità di fondi ed alla generalizzata e miope disattenzione delle istituzioni per i problemi connessi alla diversità delle fonti genetiche. Al di fuori delle banche, le varietà minori soffrono invece della pressione esercitata da quelle selezionate e diffuse durante la Green revolution, determinano un contesto in cui questi depositi diventeranno a breve vitali non tanto per un’apocalisse nucleare ma per sostenere lo squilibrio tra la costante erosione delle risorse, l’aumento delle richieste della popolazione mondiale e la necessità di adattamento ad un ecosistema che cambia, rendendo inadatto quel che ora appare perfetto. Un esempio specifico a riguardo lo ha raccontato in questi giorni il National Geographic: l’aumento delle temperature sta mettendo a rischio i raccolti di patate sulle Ande, dove questo tubero è fonte primaria d’amido. Più caldo implica meno precipitazioni e migliori condizioni per le infezioni fungine e le varietà di patata coltivate non sono state selezionate per resistere. Senza un adeguato lavoro di selezione sulle cultivar selvatiche, più rustiche, la situazione potrebbe diventare drammatica.

Come facile immaginare date le premesse, il tema della conservazione ex-situ del germoplasma spontaneo (o coltivato localmente in genere) coinvolge anche questioni legali e di proprietà: a chi spetta il diritto di sfruttare commercialmente le sementi autoctone, a chi le raccoglie e le conserva, a chi magari le ha selezionate (magari attraverso processi secolari di plant-breeding agricolo) o alle nazioni in cui i semi sono stati raccolti in origine? Proprio quest’anno è stato edito un testo che cerca di riassumere proprio i contenziosi legali sul tema: “Seed Wars: Controversies and Cases on Plant Genetic Resources and Intellectual Property“. I miei due cents: quello del miglioramento genetico delle sementi, della loro conservazione e distribuzione, sarebbe un contesto teoricamente perfetto per applicare in ambiente extra-informatico le teorie dell’open source.

2 thoughts on “I semi della discordia e quelli della speranza

  1. vaviblog è proprio carino e la storia veramente interessante! Grazie…
    Il mio collegamento è assolutamente instabile ma cercherò di approfondire i links!

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