Backpackers guide to herbalism – Zamora Chinchipe e dintorni

Ritornare in Ecuador implica doppiare un unico scoglio refrattario, peraltro credo condiviso con tutti i mediterranei: dover riaffrontare zuppe, cheviches, insalate, frittelle, brodi e salsine intrise di culantro. Che una pianta definita dai botanici come Eryngium foetidum possa divenire spezia nazionale quasi ubiquitaria è un qualcosa che sfugge alla comprensione delle mie pur cingolate ed onnivore papille gustative. Ma tant’è, scendere a patti con l’odorosa che sa di cimice è obbligatorio da queste parti e mi piace pensare che sia una specie di contrappasso per altre, in genere più gradevoli, esperienze sensoriali.

Quando invece si parla di riprenderli, i sensi, ogni popolo ha individuato la sua fonte prediletta di caffeina (teobromina, teina) e quasi ogni pianta contenente discrete quantità di questi alcaloidi è stata scovata, goduta e commercializzata nei secoli in modo massiccio dall’uomo, ad ogni latitudine. Tè in oriente, caffè in Medio Oriente e poi in Europa, cola nell’Africa nera, mate in Argentina, guaranà nell’Amazzonia brasiliana, cacao per tutti. Nell’Amazzonia occidentale, quella montagnosa ai piedi delle Ande, hanno la guayusa. Sebbene ci possa essere qualche sinonimia a livello popolare con specie dei generi Siparuna e Hedyosmum, quando si dice guayusa si intende Ilex guayusa, una specie co-genere della yerba mate abbastanza facile da reperire anche a Quito, ad esempio nella bottega di Camari (Marchena Oe2-38 y Versalles, poco distante dalla zona turistica di Mariscal Sucre). Il suo impiego più soft prevede l’utilizzo in tisane ad azione tonica e digestiva assai simili al normale tè e reperibili in commercio locale anche sotto forma di bustine, sebbene più facilmente sia disponibile la foglia tritata sfusa. La tisana viene servita con un eccesso di zucchero, dato che tende all’amaro. Fino a qualche tempo fa era peraltro disponibile anche in Italia, miscelata ad ishpingo, una pianta delle Lauraceae (Ocotea quixos) con un distinto e gradevole aroma di cannella.

La guayusa ha la sua culla botanica e culturale a cavallo tra Ecuador e Perù, nelle aree di foresta abitate dalle etnie “once were warriors” Shuar ed Achuar e le sue foglie costituiscono una delle fonti vegetali più ricche in caffeina (mediamente sul 2%, ma con punte vicine all’8%). Abbastanza ovvio quindi che siano disponibili un buon numero di informazioni etnobotaniche e poco o nulla in termini fitochimici o farmacologici. Le foglie rientrano ad esempio nel rituale purificatorio quotidiano del risveglio indigeno: appena scesi dall’amaca si assume una bella dose di infuso di guayusa extra strong, poi si rimette il tutto. Vomitata la colazione, si può iniziare la giornata; l’emesi ha il compito di limitare la quantità di caffeina assunta ed evitarne gli effetti collaterali. Un medesimo effetto era ottenuto dai nativi del sudest statunitense grazie al Yaupon, un’altra specie delle Aquifoliaceae non a caso denominata Ilex vomitoria. La versione meno concentrata viene consumata più volte al giorno o somministrata a chi soffre di problemi di stomaco, come avevano già osservato (e fatto proprio) i frati italiani in missione nel ‘700 tra i Jivaros.

Nello stesso documento storico si introduce anche l’altro uso rituale della guayusa, ovvero quello nella pratica dell’ayahuasca. L’infuso di guayusa sembra difatti garantire visioni più lucide e nitide ed in generale garantirebbe un più gradevole recipero dello stato normale di coscienza. In questo file in pdf è disponibile una completa descrizione delle pratiche e soprattutto delle piante usate dai Jivaros ecuadoriani per preparare e modulare l’ayahuasca, ottenuta in zona generalmente miscelando estratti di Banisteriopsis caapi e Psychotria viridis o Diplopterys cabrerana, che ci mettono la N-dimetiltriptammina. Attualmente il rito dell’ayahuasca non è facilmente accessibile in zona, mentre non è impossibile recuperare una bottiglia di estratto idoralcolico di Banisteriopsis presso qualche villaggio della zona della Cordillera del Condor, ad esempio. Spesso i lodges e le cabanas di ecoturismo ne tengono piccole quantità per i turisti in vena di sperimentazioni. Sperimentazioni più da sommellier del gusto che della psichedelia, dato che si tratta di un prodotto troppo diluito (ancorchè privo dei diversi ingredienti essenziali sopracitati) per poter esercitare un’azione psicotropa. In compenso è amarissimo e non male se vi piacciono gli amari puri genziana-style; il suo nome shuar è nateem, ma storpiato in anatema dalla popolazione ispanica e mi pare che, date le conseguenze esiziali di un consumo eccessivo, si possa dire che est omen in nomen.

A proposito di alcol, nella regione di Zamora Chinchipe e nell’Oriente ecuadoriano in generale il consumo di guayusa tra i coloni ed i mestizos non è propriamente erboristico/salutistico: il tè caldo e zuccherato preparato con le foglie intere stropicciate (in senso orario!) viene servito come antipasto, previa generosa correzione con trago o punta, gli aguardientes locali. Tradizione vuole che la versione ottenuta con un maggior numero di foglie sia adatta a far innamorare perdutamente le spasimanti, ma ho idea che se c’è un effetto a riguardo sia da imputare soprattutto all’ingrediente alcolico…

———–

Nota: il server di Mybloop è (spero) momentaneamente fuori servizio ed ho ripiegato su Sendspace. Questo significa che i pdf resteranno disponibili solo per pochi giorni.

8 thoughts on “Backpackers guide to herbalism – Zamora Chinchipe e dintorni

  1. Ricordo che ad una fiera di prodotti tipici sudamericani io e mio fratello comprammo un vasetto di salsa verde con la scritta “Culantro molido”.
    Era, per usare un eufemismo, insipida.
    Nessuno aveva il coraggio di buttarla via – il vasetto era intonso – ma neppure di usarla (a casa mia non si buttava via niente, soprattutto il cibo).
    Da allora, l’espressione “culantro molido” è stata usata tra noi nei contesti più pittoreschi in momenti di complicità fraterna.
    Poi mi sono sposato io, si è sposato mio fratello, e il vasetto l’ho buttato via io mentre aiutavo mia madre a traslocare un anno or sono.

  2. giumas ha detto:

    con giumas invece va tutto bene e quindi vado, copio ed incollo:
    allora con le orecchie oramai sature di bachate e reggaeton vari e’ un piacere leggere di questi argomenti quando li si stanno provando (ed apprezzando) proprio in questi giorni. pero’ no, la “fetida”, non mi pare proprio di essermela ritrovata nel piatto. ho ancora il sapore in bocca di un decisamente sciapo ma allo stesso tempo apprezzatissimo ayampaco http://snipurl.com/431ut di yuca bianca e gialla, choclo e pescado (lucio, disse lee) preparato da amici, studenti dell’univesidad salesiana di macas. sto girando per l’ecuador da quasi tre settimane: finora cuenca, riobamba, el puyo ed appunto macas; da domani di nuovo a el puyo provare “l’ebbrezza”, chiedo perdono, dell’occidentale che si cala per un mese nei panni dell’assistente della signora teresa, conoscitrice delle tecniche medicamentose shuar e waorani http://omaere.blogspot.com/ ) infine in novembre una settimana ciascuna a loja e quito. sto autocostruendomi, giorno dopo giorno, lo stage conclusivo del master in “etnobiofarmacia e utilizzo sostenibile della biodiversita’” di cui lessi per la prima volta proprio in questo, e qui si passa ai complimenti, imprescindibile blog. mi aggancio alla conclusione del precedente post del 1 febbraio riguardante l’ecuador: una delle cose piu’ mi hanno dato da pensare in questi primi giorni e’ vedere i campesinos, di sierra e di selva, ingurgitare grandi quantita’ di cholo (ghiaccioletti colorati a stick), gelati cornetti e bevande fosforescenti, le cosidette “porcherie”. ma dopo la prima benpensante indignazione che per i locali abituati quotidianamente a tutt’altri sapori, vedere/assaggiare l’ayampacu di cui sopra, assaporare un qualcosa di fresco ghiacciato, oggi erano 28-30 gradi, e dal sapore cosi’ esotico deve essere una tentazione forte ad un prezzo, intendo dinero, comunque alto considerando le economie locali che in alcune zone sono a livello di sussistenza, soprattutto le zone centrali della sierra e dell’amazzonia “nonpetrofilera” dove sono ben piu’ bassi di quelli del reddito medioprocapite http://snipurl.com/4328k. vedere alle pendici del chimborazo http://snipurl.com/43232 tiendas che vendono praticamente solo bottigliette di coca cola mi fa provare un’atterrito apprezzamento per come il cosidetto gigante abbia saputo rastrellare anche qui i pochi spiccioli che il paese puo’ mettere a disposizione. i restanti “spiccioli” finiscono in tasca alla nestle’; ho l’impressione che ad occhio e croce un prodotto alimentare su due che si trovano nei piccoli supermecadi siano di marca nestle’.
    un’ultima cosa, un fatto politico importante, forse. tra tre mesi diverra’ operativa la nuova costituzione che e’ stata votata a larga maggioranza domenica scorsa. vorrei procurarmi il testo in cui si parla del ruolo giuridico della naturaleza per ora mi sono letto un articolo in italiano http://snipurl.com/432ib. amici del posto mi suggeriscono di diffidare dell’enfasi conservazionistica posta al ruolo giuridico assegnate alla naturaleza e sembra vogliano farmi intendere che forse e’ di piu’ stampo ideologico che altro. vedremo. c’e’ dire che l’instabilita’ politica dell’ecuaodr non protebbe dare i tempi sufficienti per apprezzarne l’efficacia di questo sistema di salvaguardia dell’immensita’ di biodiversita’ esistente qua. tanti saluti

  3. Benvenuto! Per il “qualcosa di fresco” ci sono sempre i batidos di naranjilla o, se passi in zona Loja, un bella horchata fredda. Sulla pervasività commerciale, posso dire che non è una cosa recente, ma comune da lustri e legata a doppio filo all’assenza quasi totale di industrie locali. L’Ecuador praticamente non produce nulla, ma come molti altri paesi economicamente simili produce materie prime (fiori, banane, petrolio) e consuma prodotti finiti sviluppati e realizzati da altri.

    Sulla costituzione: ne avevo accennato anche qui ed il tema aprirebbe discussioni ben più ampie. La verità nuda e cruda è che l’Ecuador ha deciso che il suo futuro industriale sarà basato sul petrolio e sulle miniere, che hanno e non hanno mai sfruttato. Potremmo discuterne per settimane, ma il modello di sviluppo che hanno scelto è quello.

  4. aiuolaodorosa ha detto:

    Io credo che il termine “Backpackers guide to herbalism” possa avere sui miei cugini under and around 16 un fascino irresistibile e stimolare congetture e interpretazioni aldilà di ogni umana immaginazione.

    Una divagazione così, en passant, e un saluto.
    a.o.

  5. giumas ha detto:

    ah be, si, il culantro, tremendo veramente.. in realta’ nel piatto me lo ritrovo spesso solo che assaggiatolo la prima volta le volte successive ho pensato bene di evitarlo, salvo poi riprovarci proprio oggi per vedere se fosse ancora cosi’ cattivo ! e’ pessimo. oggi ho chiesto ai miei amici ecuadoregni se a loro piacesse: culantro ? ES TAN RICO mi hanno riposto quasi all’unisono..

  6. Benvenuto dell’affollato club!🙂 Ci dev’essere qualcosa di epigenetico per spiegare questo fenomeno: per gli europei il culantro è insopportabile.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...