Matthias Rath vs. The Guardian

Tra il quotidiano inglese Guardian ed il “vitaminologo” Matthias Rath è in corso un settembre di fuoco, conclusosi in tribunale e derivato in un’iperesposizione mediatica per una vicenda dai vari risvolti, direi tutti abbastanza tristi. Prima che in rotativa, l’antefatto va di scena in Sudafrica, paese notoriamente segnato in maniera drammatica dall’AIDS e nel quale la lotta all’HIV ha aperto questioni etiche importanti, come quella dell’accesso ai farmaci e del sacrosanto diritto delle nazioni a non sottostare alle dinamiche di mercato quando si tratta della salute dei cittadini. La politica sudafricana – eccentrica come molte altre nel continente – e la situazione sociale nelle township lasciano tuttavia la porta aperta anche ad altre conseguenze, tra le quali il proliferare di soluzioni terapeutiche estemporanee e prive di alcuna validazione tossicologica nè tantomeno di efficacia.

In un contesto in cui scarsa cultura e disperazione creano un terreno fertile per operatori dai pochi scrupoli è infatti diventata aspra la battaglia tra i trattamenti medicali a base di antiretrovirali e chi, con Rath in prima linea, propone con un marketing molto aggressivo ma privo di reali fondamenti scientifici miscele di vitamine come completa sostituzione. L’aggressività purtroppo prevede campagne, incautamente sostenute anche da alcuni ministri sudafricani, che spingono i malati a cessare i trattamenti convenzionali, descritti come “tossici” ed “inefficaci”. Pare purtroppo che buona parte di quanti hanno seguito l’indicazione propugnata da Rath sia passata a miglior vita dopo un primo periodo di miglioramento. Un miglioramento fittizio, legato alla scomparsa degli effetti collaterali molto forti causati dai retrovirali e non ad una recessione della patologia.

L’apertura del caso da parte del Guardian ha provocato un effetto a catena che ha fatto emergere altre situazioni analoghe di rimedi estemporanei, spesso di origine vegetale, venduti a caro prezzo a malati sieropositivi poco abbienti e soprattutto poco informati. Un esempio a riguardo è quello dell’Ubhejane, un intruglio di decine di piante (pare oltre 80, ricetta non nota) per il quale mancano studi sull’uomo ed esiste solo una limitata quantità di informazioni circa la tossicità. I conflitti tra validazione scientifica e promozione commerciale di questo prodotto sono raccontati in questo articolo, che cerca di distinguere a riguardo le differenze tra scienza e superstizione. L’Ubhejane non ha l’avvallo di medici e ricercatori ma gode di ottime entrature politiche, per effetto di un deleterio mix tra politici conniventi con faccendieri di dubbia origine e businessman ed esigenze politiche molto incentrate sulla demonizzazione ideologica della scienza.

Alcuni pensieri in ordine sparso sulla vicenda: di fronte a persone disperate l’unica garanzia sarebbe un’adeguata informazione circa problemi, rischi e potenzialità di ogni terapia. L’assenza di questo e l’ambiguità delle istituzioni (come nel caso sudafricano) spianano la strada a chi, in buona o più spesso cattiva fede, propone soluzioni alternative e quantomai dubbie. Quando un governo prende strade pericolose, che sfidano il buon senso e la logica, la società civile avrebbe il dovere morale di delegittimarlo (cosa peraltro vera anche ad altre latitudini). Altro aspetto: che si tratti di aziende farmaceutiche, erboristiche, alimentari, fitocosmetiche, artigianali o multinazionali non è l’etichetta bio o naturale o il legame con un sapere tradizionale a rendere etiche le azioni di chi vi lavora, come ben descritto da Ben Goldacre in un editoriale recente proprio sul Guardian, dedicato al modus operandi dell’industria dell’integrazione alimentare, per niente distante da quello di Big Pharma.

Tutta la querelle su Matthias Rath vs. The Guardian è presente sul sito delquotidiano, che ha aperto una sezione speciale che ospita il panorama completo ed aggiornato dei reportages, degli editoriali e delle polemiche annesse ed è disponibile qui. Per chi non ha tempo di leggerseli tutti, questo articolo offre una buona sintesi della questione mentre il capitolo “Misrepresentation of medicines and support for alternative remedies” a pagina 60 del libro A lethal cocktail (qui in pdf) rappresenta un’altra fonte concisa. Rath ha recentemente perso la causa di diffamazione da lui intentata contro il Guardian.

(foto da http://www.avert.org)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...