La settimana del melograno #2 – Il frutto giusto al momento giusto

Il boom del succo di melograno non è esclusivamente una questione di benessere e di trend salutistico, nè è solo dovuta al consumo smodato che Lucy Liu, Drew Barrymore e Cameron Diaz ne facevano sul set di Charlie’s Angels. Quello conta, fa da volano al marketing del prodotto, ma se dietro non c’è già una capacità produttiva solida in termini di volumi, costanza, qualità e prezzi adeguati della materia prima non si va da nessuna parte. O quantomeno, non si hanno prodotti di ampia distribuzione e non si ha il tempo per cavalcare a pieno l’onda del trend, che corre veloce. Di frutti promettenti in potenza sono infatti piene le riviste scientifiche, ma o sono troppo poco noti al consumatore o vengono prodotti in quantità non sufficienti a coprire grosse richieste ed a spuntare un prezzo basso. In questo senso il melograno gode di diverse fortune, dato che è già noto su scala planetaria (anche solo la parola granatina dice qualcosa?) ed è già coltivato in maniera estensiva, guarda caso in aree del pianeta che possono spuntare prezzi bassi per la manodopera e dove, per vari motivi climatici e di tradizione, la concorrenza di altre produzioni agricole è meno forte.

I principali produttori di melograno sono i paesi mediorientali (Iran e Turchia in testa) e l’India ed alcuni numeri si possono consultare in questo documento. Solo l’Iran assicura una produzione annua superiore alle 650-700.000 tonnellate, per intenderci, mentre l’India supera agevolmente il milione di tonnellate. Una parte della produzione viene posta sul mercato come frutto fresco (il melograno ha dalla sua l’indubbio vantaggio di una più che discreta conservabilità, paragonabile a quella della mela) mentre il resto viene processato, talvolta direttamente in loco, per produrre un succo concentrato. Le tecnologie per ottenerlo sono semplici ed accessibili dato che sono le medesime utilizzate per produrre concentrati di ananas o pomodoro, per intenderci. Il succo concentrato è poi venduto alle aziende europee, americane e giapponesi che provvedono a diluirlo (in genere 1 parte di succo in 5 di acqua*) e ad impiegarlo come, dove e quando vogliono.

Inoltre il melograno, già noto ai romani (il nome della specie rimanda direttamente a Cartagine) e grazie alla sua importazione da parte dei mori in Spagna (la città dell’Alhambra non si chiama Granada a caso) è da sempre inserito nella tradizione medica ed alimentare europea e questo snellisce alla grande eventuali operazioni di riconoscimento nutrizionale da parte della UE.

Ulteriori vantaggi di una matrice sfruttata: la gestione dei sottoprodotti di scarto e la diversificazione della produzione. I frutti esteticamente migliori vanno al consumo fresco, gli altri alla spremitura. Gli scarti della pulitura (bucce, endocarpo) vengono usati per produrre coloranti a base di tannini. I semi, infine, vengono impiegati per estrarne un olio usato in cosmesi o in fitoterapia e, se il mercato non tira, sono pur sempre un ottimo alimento per animali da carne. Anche del melograno, non si butta via quasi niente. Ed il successo di oggi corrisponde in realtà all’apertura di un nuovo mercato per un prodotto che ha radici molto profonde.

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* La distinzione tra succo e succo concentrato non è sempre chiara nelle pubblicazioni scientifiche e l’assenza in etichetta del rapporto di diluizione usato dalle aziende può complicare considerazioni sull’efficacia salutistica.

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