Questo blog non sostituisce una dieta (culturale) variata

Può sembrare provocatorio (o al più contraddittorio) linkare, a circa una settimana dall’apertura della principale fiera italiana del benessere, un post che ha per titolo “The medicalisation of everyday life” e che si chiude con una chiosa simile: “We love this stuff. It isn’t done to us, we invite it, and we buy it, because we want to live in a simple universe of rules with justice, easy answers and predictable consequences. We want pills to solve complex social problems like school performance. We want berries to stop us from dying and to delineate the difference between us and the lumpen peasants around us. We want nice simple stories that make sense of the world. And if you make us think about anything else more complicated, we will open our mouths, let out a bubble or two, and float off – bored and entirely unphased – to huddle at the other end of our shiny little fishbowl eating goji berries“.

E probabilmente lo è, sia una provocazione che una contraddizione. Ma è anche una verità su consumi distorti, esigenze artificiali, soluzioni di comodo davanti ai problemi della vita ed in quanto tale vi invito a leggere l’estratto da Bad Science di Ben Goldacre, medico, divulgatore per sè, per il Guardian e per BBC, nonchè giovane blogger inglese dalla scrittura brillante e dal piglio salace (e forse anche con gli stessi inevitabili difetti – delirio di grandezza, anyone?) di Michael Moore e Beppe Grillo. Da qualche tempo cerca di fare luce critica sulle reciproche e spesso nefaste relazioni tra sostrato sociale, economia, scienza, pubblicità, semiotica, cattivo giornalismo, consumi relativamente al concetto di well-being.

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