Questo blog non sostituisce una dieta (culturale) variata

Può sembrare provocatorio (o al più contraddittorio) linkare, a circa una settimana dall’apertura della principale fiera italiana del benessere, un post che ha per titolo “The medicalisation of everyday life” e che si chiude con una chiosa simile: “We love this stuff. It isn’t done to us, we invite it, and we buy it, because we want to live in a simple universe of rules with justice, easy answers and predictable consequences. We want pills to solve complex social problems like school performance. We want berries to stop us from dying and to delineate the difference between us and the lumpen peasants around us. We want nice simple stories that make sense of the world. And if you make us think about anything else more complicated, we will open our mouths, let out a bubble or two, and float off – bored and entirely unphased – to huddle at the other end of our shiny little fishbowl eating goji berries“.

E probabilmente lo è, sia una provocazione che una contraddizione. Ma è anche una verità su consumi distorti, esigenze artificiali, soluzioni di comodo davanti ai problemi della vita ed in quanto tale vi invito a leggere l’estratto da Bad Science di Ben Goldacre, medico, divulgatore per sè, per il Guardian e per BBC, nonchè giovane blogger inglese dalla scrittura brillante e dal piglio salace (e forse anche con gli stessi inevitabili difetti – delirio di grandezza, anyone?) di Michael Moore e Beppe Grillo. Da qualche tempo cerca di fare luce critica sulle reciproche e spesso nefaste relazioni tra sostrato sociale, economia, scienza, pubblicità, semiotica, cattivo giornalismo, consumi relativamente al concetto di well-being.

7 thoughts on “Questo blog non sostituisce una dieta (culturale) variata

  1. Nessuna domanda è pedante, ogni domanda è iluminata. Intendo esigenze indotte o bisogni portati al parossismo. L’invecchiamento è un processo naturale elevato artificialmente a status di paranoia, ad esempio. L’esigenza artificiale di rifilare il ritalin ad un bimbo perchè non si ha il tempo o la voglia di rispondere alle sue naturali esigenze di attenzione è un altro esempio (vedasi citazione di Goldacre sulla pubblicazione del BMJ che promuove terapie familiari a riguardo). La deriva nevrotica sul consumo di tranquillanti naturali e sintetici per prendere sonno, il simmetrico abuso di antidolorifici per risolvere acciacchi o disturbi del sonno, la promozione massiccia di integratori a base di fibre che potrebbero essere apportate da una semplice dieta variata ed equilibrata con molta frutta e verdura. Sono tutti esempi di derive farmacocentriche (che i farmaci siano di sintesi o rimedi naturali poco cambia, il meccanismo è identico) che classificherei “esigenze artificiali atte a promuovere un consumo non indispensabile”. Saluti odorosi.

  2. aiuolaodorosa ha detto:

    Ancora non mi torna, poiché l’esigenze che mi porti ad esempio mi appaiono reali: esigenza di dormire; esigenza di non essere (esagero) assillato dal bimbo, esigenza di avere una “quotidiana regolarità”.
    Possiamo forse dire che l’esigenza diventa artificiale quando il rimedio è abusato ed ecco che il consumo diventa, come dici tu, non indispensabile?
    Pedanteria pura… al tuo buon cuore.

  3. Mentre aspettiamo la risposta di meristemi, il mio 5 cent. Forse qui si mescolano esigenze “artificiali” nel senso che artificiale, ovvero costruito, eterodiretto, ecc., è proprio un bisogno primario che prima non esisteva o forse non in maniera così totalizzante (non invecchiare), ed artificialità nel senso di un bisogno di una risposta semplificante ad un problema che è sempre esistito ma a cui davamo risposte diverse (l’uso di tranquillizzanti e sonniferi oppure di lassativi al posto di pratiche di vita preventive o regolarizzanti). Ancora diverso è a mio parere il caso citato del ritalin per ADDH, perché in questo caso l’esigenza inventata non è quella del genitore di stare un pò tranquillo (come si dice: I can relate), che c’è sempre stata, ma quella di curare una patologia. Passando criteri molto generali per etichettare un comportamento come sintomatico di una patologia piuttosto che come espressione della personalità di una persona ci giustifichiamo nel pensare che una opzione farmacologica sia accettabile.
    bye

  4. Se posso forumizzare per un secondo. Credo che il problema sia nel riconoscere le esigenze “reali”. In alcuni casi viviamo in una società “ipocondriaca” che si diagnostica problematiche inesistenti o tranquillamente circoscrivibili. (E su questo, il mercato ha il suo bel peso)
    Saluti ad entrambi!

  5. Direi che avete tutti afferrato il concetto, introducendo sfumature che probabilmente avevo sottinteso o espresso un po’ rozzamente. Condivido a pieno il commento di marcussi. Premetto che non ho retaggi ludditi (anzi), tutte le esigenze sopracitate sono “reali”, ad essere “artificiali” come scrive a.o. sono a mio avviso l’abuso delle soluzioni, spesso inconsapevole, la diffusa incapacità di sopportare anche per brevi periodi circoscritti stati di disagio e le dinamiche che determinano tutto questo. A latitare a riguardo è la consapevolezza (su scala individuale e sociale) dell’entità di questo abuso.

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