Pelizza da Volpedo dipigerà un guaranì?

Le popolazioni amazzoniche avranno in futuro una chance di marciare verso un futuro sostenibile, in una versione amazzonica del Quarto Stato? La domanda è attuale data l’odierna presentazione al Festival del Cinema di Venezia di “Birdwatchers – La terra degli uomini rossi“, il film di Marco Bechis centrato sulla lunga agonia sociale degli indios Guarani-Kaiowà e sulla difficile (impossibile?) armonizzazione tra modello di sviluppo “occidentale” e quello “tradizionale” nelle foreste pluviali di tutto il pianeta. Nell’aftermath della proiezione, la questione del fragile e sbilanciato equilibrio tra conservazione e sfruttamento dell’Amazzonia emerge da più parti, come ad esempio nella presentazione di Repubblica ed in quella de L’Unità e si affaccia prepotente nel quasi incidentale special del Corriere che proprio in questi giorni pubblica un reportage di viaggio a seguito del WWF negli stati occidentali di Acre e Rondonia, il west brasiliano di fama e di fatto.

Il film agisce sulla leva empatica ed emozionale e, auspicabilmente, assolve con l’arte al suo compito di richiamo e sensibilizzazione e richiede -direi impone- un approfondimento tecnico imprescindibile non solo per capire ma anche per difendere certe posizioni, che della sostenibilità a qualunque livello (ambientale e sociale) fanno una bandiera. Se la pancia aiuta a gridare lo sdegno dell’istinto e scopre i fili ad alta tensione della vergogna, la ragione ed i numeri servono (dovrebbero servire, dati i tempi che viviamo la certezza a riguardo è roba da Candido volteriano) a comprendere, a costruire alternative ed a spiegare agli altri il perchè delle cose. E per chi vuole capire cosa implichi, cosa dia speranze allo sviluppo sostenibile della foresta amazzonica, l’anno scorso è stato tradotto in italiano e pubblicato da Corbaccio un meraviglioso saggio interdisciplinare dal semplice titolo di “Amazzonia”.

Il libro è aggiornato su eventi e trends recenti (l’edizione originale è del 2006) e si giova di una suddivisione in capitoli brevi ed agili, non eccessivamente tecnici ma ricchi di dati e riferimenti, abbordabili per qualunque lettore o quasi. Altro enorme pregio, non si limita ad una visione ambientale, ma spazia in maniera trasversale  sull’intreccio di storia, geografia, economia, ecologia vegetale ed animale, sociologia, strategie di mantenimento sostenibile delle risorse, politiche di gestione economica e commerciale della selva su scala nazionale ed internazionale. Non mancano schede su progetti ed iniziative in corso, su prodotti naturali sostenibili da destinare all’industria alimentare, erboristica, farmaceutica e sulle attuali minacce all’integrità dell’habitat amazzonico. L’autore, Joao Meirelles Filho, è esperto di permacultura e dirige l’Instituto Peabiru, centro di formazione ed informazione sulla biodiversità amazzonica; su Latinoamerica.it è disponibile un’intervista che evidenzia, curiosamente, la comunanza d’intenti tra il suo libro ed il film di Bechis, come evidente in questo stralcio:

Domanda: I conflitti generati per il possesso della terra tra i possessori ed i grandi proprietari sono molto accentuati, e fanno di questa area una parte del paese dove si generano i maggiori conflitti fondiari. In mezzo a questi conflitti ci sono le popolazioni indigene, che soffrono anch’esse dell’occupazione e dell’esproprio delle loro terre per colpa dei grandi progetti come per esempio il passaggio di nuove strade, di ferrovie o a causa delle attività dei garimpeiros (minatori abusivi) nelle loro terre…

Risposta: L ’Amazzonia è così violenta tanto quanto le zone di guerra. La certezza dell’impunità genera giustizieri che credono sempre che rimarranno impuniti. La corruzione della politica locale è un altro fattore aggravante. Oggi ho la certezza che le maggiori responsabili della distruzione dell’Amazzonia siano la corruzione e l’ignoranza sulla conoscenza dell’importanza della regione.”

4 thoughts on “Pelizza da Volpedo dipigerà un guaranì?

  1. …con buona pace del tofu della biobottega… che poi la soia coltivata in maniera intensiva finisce quasi tutta come componente per le vernici…
    Ohi, tristeza…

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