Il futuro roseo dell’Afghanistan

Il profumo è l’oppio dei popoli, ma per una volta è un oppio che inebria nella miglior maniera. L’Afghanistan martoriato che tutti abbiamo imparato a conoscere dalle cronache degli ultimi trent’anni è crocevia ed epicentro della produzione mondiale di papavero da oppio. Come noto questa coltivazione ad elevatissimo reddito da decenni finanzia i signori della guerra della zona (e non solo), costituisce l’unica fonte di reddito per i contadini delle valli ed il suo mantenimento illegale è per buona parte sia causa che effetto dell’ingovernabilità dell’area. Complessivamente nel 2007 oltre 180.000 ettari afghani erano coltivati ad oppio con una produzione stimata di circa 7000 tonnellate, pari a circa un terzo dell’intero PIL nazionale. Un record, nonostante la presenza militare internazionale. Tale produzione è mantenuta e garantita da un sistema repressivo e totalitario eufemisticamente definibile come feudale, raccontato nel bel reportage sull’argomento leggibile sul numero di luglio 2007 di Peace Reporter. Nelle vallate afghane così come negli altipiani colombiani con la coca, lo stato di guerra permanente è uno status necessario e funzionale al mantenimento di affari proibiti ma lucrosi, che sempre ed ovunque si conducono a scapito di chi in quelle terre avrebbe il diritto di vivere liberamente, avendo accesso ad un minimo sindacale di benessere, scegliendo ad esempio cosa coltivare e per chi.

Eppure da quelle zone possono arrivare anche anche storie intrise di bellezza resistente, di profumo e di vita. Da qualche anno alcune ONG tedesche stanno stimolando la nascita di aziende afghane operative nel settore bio-cosmetico, spingendo giustamente non verso un intervento isolato d’assistenza ma mirato all’inserimento sul mercato di prodotti ad elevatissimo valore aggiunto, in grado di fornire a contadini e produttori un rientro competitivo con i margini dell’oppio. Qualcosa che possa entrare in concorrenza con Papaver somniferum in termini di introito netto e vantaggi derivati (maggiore libertà di produzione, minor impegno fisico, minore sfruttamento delle risorse naturali, meno rischi nella commercializzazione, ecc.).

Un prodotto che si avvicina a queste richieste è la Rosa x damascena, l’ibrido tra Rosa gallica e Rosa moschata che da secoli è coltivato in Bulgaria, Turchia e soprattutto nel vicino Iran.

La produzione biologica di rose da destinare all’estrazione di acqua di rose ed assoluta di rosa si può giovare in Afghanistan di alcuni vantaggi. Le condizioni climatiche ad esempio sono ideali per la coltivazione di qualità della Rosa damascena: le temperature elevate in corrispondenza del periodo di fioritura permettono di massimizzare la resa e la simultanea fase di siccità consente di produrre un’assoluta ed un’acqua di rose di altissimo pregio. Se sostenuto dall’esterno grazie all’inserimento nei canali commerciali del settore profumiero (preferibilmente bio) la produzione di assoluta di rosa può permettersi di competere come redditività con quella del papavero da oppio. In base ai prezzi del 2006, un ettaro di papavero permette di produrre 30kg di oppio pari a 9000 dollari. Una stessa superficie a Rosa damascena produce in loco 6000 rose che con il know-how adeguato garantiscono circa 1,5 kg di olio di rosa, da cui si ricavano circa 7-8000 dollari. Le cifre sono simili, non identiche, ma le rose hanno bisogno di quantità molto minori di acqua, vero fattore limitante (al contrario della superficie coltivabile) nell’agricoltura afghana. E la loro coltivazione è legale. L’esistenza di una tradizione locale nella produzione dell’olio di rosa risalente agli anni 70 e vicinanza con un produttore storico come l’Iran, inoltre, facilitano il trasfrimento di competenze e l’inserimento dei prodotti sul mercato internazionale.

Le tracce in rete sul sogno del passaggio dal rosso dei campi di papavero da oppio al rosso dei campi di Rosa damascena, si infilano come i sassolini di Pollicino: dall‘articolo del 2006 apparso su The Middle East (in particolare l’ultima pagina) alla pagina di descrizione del progetto (in tedesco) a cura di Deutsche Welthungerhilfe (German Agro Action), l’ONG tedesca che più ha promosso l’iniziativa. Dopo i primi passi, fatti importando piante dalla Bulgaria già nel 2004 come testimoniato su Asianews (in italiano) anche sotto l’egida dall’UNDP, attualmente la filiera ha iniziato a funzionare completamente, giungendo al suo sbocco più giusto ed auspicabile, quello legato alla biocosmesi. Come spiegato su Smartplanet, le fragranze a base di Rosa damascena prodotte in Afghanistan a partire dal progetto citato sono entrate nelle formulazioni di una nota azienda tedesca molto attiva nel settore dei cosmetici bio.

Un’eccellente sintesi è offerta da questa intervista ad un produttore locale di rose, che riassume la realtà locale, gli sbocchi di mercato e le relazioni con la cooperazione tedesca.

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