Storie di alberi in Africa

Parallelismi divergenti sui binari di una stazione dall’Africa nera. Al primo binario la storia raccontata da New Agriculturist. In Kenia la produzione di Moringa oleifera, anche sulla scia di un successo commerciale discusso in un post precedente, sta dando nuove risorse all’agricoltura di sussistenza nelle aree del paese climaticamente più svantaggiate. La sua coltivazione, inoltre, si sta dimostrando efficace anche in coltura forestale integrata, garantendo un minimo d’ombra ideale per la crescita di altre piante utili e limitando l’erosione del suolo. La diversificazione dei prodotti che se ne ottengono (foglie, semi) e dei mercati (cosmetico, alimentare, allevamento) garantisce vantaggi non solo ecologici ma anche economici nella zona. Molti contadini hanno infatti iniziato a coltivare la pianta, che non viene più solo raccolta allo stato spontaneo, aumentando quindi i volumi di produzione e facilitando la creazione di un microtessuto produttivo per la lavorazione delle materie prime.

La storia della Moringa potrebbe iniziare ad assomigliare a quella del Karitè, per il quale già si parla di “karitè belt” con riferimento all’area geografica di produzione e commercializzazione, come descritto in questo bell’articolo (in francese) di Tradewinds – West Africa Trade Hub.

Al binario due la storia raccontata da AllAfrica. Come da tempo noto la raccolta eccessiva di una risorsa quasi esclusivamente forstale come la corteccia di Pygeum africanum sta aumentando esponenzialmente il rischio di estinzione della specie, sebbene questa sia nella lista CITES da un decennio. La droga, usata come rimedio erboristico l’ipertrofia prostatica benigna sia in Africa che in Occidente e considerata un possibile afrodisiaco a livello popolare, ha vissuto un immediato boom di vendite senza che venisse creato un minimo di piano di sostenibilità per la sua raccolta. La pianta non viene coltivata se non in rari casi ma scortecciata direttamente in foresta. Un’eccessiva asportazione della corteccia, condotta con sistemi rudimentali e senza controllo forestale determina infatti la morte dell’albero, sebbene siano possibili tecniche di raccolta meno distruttive ma anche meno redditizie nell’immediato.

Da un lato un minimo di pianificazione della produzione e del mercato sta permettendo di ottenere vantaggi in termini di ricaduta economica e di sostenibilità, dall’altro invece un approccio rapace e privo di regole sta creando più danni che ritorni.

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