Il geranio della discordia

A Modem, rotocalco radiofonico d’informazione della RTSI-Rete uno (la Radio della Svizzera Italiana) la scorsa settimana hanno parlato di biopirateria. L’ennesimo casus belli è legato alle denunce di appropriazione indebita di saperi tradizionali avanzate nei confronti di un’azienda tedesca, la Willmar Schwabe, rea di aver brevettato l’uso di Pelargonium sidoides di origine africana (Umckaloabo) in fitoterapia. Qualche settimana fa ne aveva parlato anche Grain.

La trasmissione è disponibile in podcast e dura circa una mezz’oretta. Il tema, assai spinoso per i vari risvolti che offre se affrontato con rigore, è trattato con molto equilibrio e completezza, qualità che solo un mezzo di comunicazione meraviglioso e demodè come la radio può attualmente permettersi. Tutte le possibili parti coinvolte sono presentate senza preclusioni ideologiche: ONG, azienda, ufficio brevetti, legislatori. Ospiti in studio l’esperto di brevetti industriali Marco Zardi e Massimo Ruggero, antropologo culturale.

Il tema della biopirateria da sempre divide e rappresenta una delle questioni più accese nella protezione della biodiversità e nella sua valorizzazione. Spesso (leggasi, sempre) la discussione cade nel manicheismo ideologico da ambo i lati della barricata e sfugge la realtà delle cose, per cui mi riservo di tornare sull’argomento quanto prima. Anticipo due elementi che ritengo rilevanti e che nella trasmissione non sono stati approfonditi, per inevitabili imiti temporali. Il primo è la concezione spesso distorta che si ha nei PVS e da parte di alcune ONG del significato di brevetto, di ricerca e di ricaduta legata alla commercializzazione di una droga di origine tradizionale. Esiste una perniciosa tendenza a sovrastimare il valore reale delle conoscenze tradizionali, a ritenere che il loro ritorno economico sia qualcosa di garantito senza rischio ed esiste un’ambiguità sul loro impiego commerciale, che si traduce in un controproducente ostracismo verso la nascita di un mercato per i prodotti naturali (la storia virtuosa del Jojoba di ieri dice niente?).

Il secondo elemento è la limitata attenzione delle aziende che operano in questo settore, le quali ben poco fanno per sperimentare forme alternative di protezione dei diritti di proprietà che siano più vicine non solo alle loro istanze ma anche a quelle delle comunità. Il mondo industriale troppo poco e spesso solo per questioni di facciata si adopera per trovare un punto d’incontro tra le proprie esigenze commerciali e quelle culturali e sociali delle popolazioni con cui opera. Anzi, spesso non si preoccupa minimamente di capirle e semplicemente cerca di imporre la sua visione culturale alla loro, sfruttando in maniera perticolare la diversità biologica senza riguardo per quella culturale.

Il risultato di questi due approcci unidirezionali mi ricorda sempre una delle migliori battute di Danny de Vito in La guerra dei Roses: “Non c’è mai un vincitore in un divorzio, ci sono solo gradazioni di sconfitte”.

4 thoughts on “Il geranio della discordia

  1. Rimango in attesa del seguito sulla biopirateria… rimanendo sulle icone pop, mi aspetto 007 e Ursula Andress. La Jojoba mi ha avvinto! Grazie.
    Saluti

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