Amazzonia a numero chiuso

Repubblica ha riportato nei giorni scorsi la chiusura delle frontiere nell’Amazzonia brasiliana, una restrizione che si estende anche a chi opera nella valorizzazione della biodiversità a fini produttivi e di ricerca. In linea di principio non si possono sollevare critiche formali all’operazione del governo Lula, dato che ad esempio la si può in parte considerare come un recepimento della regolamentazione all’accesso delle risorse biologiche già previste dalla Convenzione sulla Biodiversità (CBD). E dopo tutto è abbastanza corretto che uno stato desideri sapere chi-fa-cosa con le proprie risorse. E neppure è una vera novità, a dirla tutta, dato che già da una decina d’anni i ricarcatori che vogliono studiare in situ la biodiversità amazzonica devono intraprendere un iter di diversi mesi che prevede l’approvazione dell’equivalente brasiliano del CNR, dell’IBAMA, della confederazione indigena (FUNAI), un peer-review del progetto di ricerca ed infine un nulla osta del Ministero della Tecnologia. Insomma, già adesso la marcatura è stretta.

I dubbi però nascono quando si approfondisce il modello di controllo scelto, in Brasile come in altri paesi (nei quali tuttavia l’implementazione di queste norme è ancora arruffata e non operativa), ovvero quello della selezione tramite dedalo burocratico. Un modello che sembra costruito apposta non tanto per selezionare i migliori, quanto per far fuori i pesci piccoli a favore di quelli grossi, che si possono permettere personale in grado di premere sull’avanzamento delle pratiche, magari ungendo quà e là. Eppure in genere è proprio il lavoro cumulativo e capillare di tanti pesci piccoli quello che ricade maggiormente sulle fasce sociali e sulle nicchie ambientali più in difficoltà.

Altro scetticismo potrebbe essere quello sull’apparente miopia dell’operazione, che rischia di far perdere al Brasile una forza lavoro non indifferente in termini di risorse investite a favore dello sviluppo sociale, di quello sostenibile, di quello produttivo. Tuttavia è tempo di aprire gli occhi sulla realtà di una nazione che sta rapidamente dismettendo i panni del paese in via di sviluppo per iniziare a recitare con forza un ruolo di attore protagonista nello scacchiere economico del pianeta. Tra boom agricolo e riserve petrolifere sempre più cospicue il Brasile sta diventando una potenza economica mondiale e può permettersi di fare la voce grossa anche con chi ha sostenuto le fasce meno abbienti e socialmente più esposte e da sempre si schiera per uno sviluppo attento alla crescita ma anche all’ambiente e non allo sviluppo insostenibile ed a tutti i costi.

E soprattutto il Brasile è una nazione che sta ponendo in essere un piano di sviluppo economico in salsa cinese, centrato sulla produzione massiccia e non sulla divesificazione, sulla valorizzazione delle risorse biologiche locali. Le dimissioni del Minstro dell’Ambiente Marina Silva e lo scenario ben descritto da Rocco Cotroneo sul Corriere di oggi sono di una chiarezza lampante. Sempre su Americas è riporata una battuta di Lula a Bush, una frase che spiega bene il motivo di questi eventi: “”L’altro giorno gli ho telefonato e gli ho detto: senti un po’ Bush, figlio mio, il problema è questo. Noi siamo stati 26 anni senza crescere. Adesso che stiamo crescendo, arrivate voi a scocciare?”

Ordem e progresso su sfondo verde amazzonia, recita la bandiera carioca. Un progresso che pare declinarsi più secondo le regole del consumo che non su quelle della sostenibilità, col rischio di dover sostituire il campo verde con uno color terra bruciata. La politica dello sviluppo brasiliano è una delle più grosse delusioni del decennio.

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