Gojilla vs. Superfood

Altro giro di giostra sugli ingredienti nutraceutici di recente introduzione. Ospite odierno Lycium barbarum, Famiglia Solanaceae, per gli amici Goji o Chinese Wolfberry o Boxthorn, elegante arbusto i cui frutti rossi assomigliano a piccoli pomodori datterini. Da non confondere con i dolci e succosi Lychees, che di nome fanno Litchi chinensis ed apparengono a tutt’altra parrocchia. Oltre a L. barbarum usi e caratteristiche simili sono attribuiti a Lycium chinense ed entrambi vengono spesso indicati come prodotti himalayani o tibetani, sebbene il loro areale di crescita e coltivazione sia in realtà ben più ampio e ben poca parte della droga presente in commercio viene da quelle zone, anzi. Come ben spiegato già nella voce corrispondente di Wikipedia, la coltivazione di Goji in Cina è di tipo industriale massificato (dell’ordine di decine di milioni di tonnellate all’anno, per capirci) e non si tratta quandi di un effettivo prodotto di agricoltura di nicchia o di raccolta spontanea. Su base puramente teorica questo può determinare l’esigenza di controllare il livello di antiparassitari o l’assenza di un marchio biologico adeguato nella materia prima d’origine. Chi volesse optare per la produzione autarchica, sempre di soddisfazione, può provare seguando le indicazioni dei giardinieri inglesi: L. barbarum cresce anche alle nostre latitudini specie se le temperature invernali non sono troppo rigide.

Negli ultimi tempi diversi report internazionali sembrano indicare queste bacche come la droga vegetale più trendy per il mercato, probabilmente anche in conseguenza della abbondante disponibilità in termini produttivi e di varie informazioni circa la loro possibile azione salutistica, che possono essere utilizzate come leva di marketing del prodotto. Già ora nei paesi anglosassoni il succo è in vendita negli health food stores ed i frutti essiccati sono disponibili da soli o miscelati a frutta secca e semi, anche per il loro sapore dolce che ricorda vagamente quello del dattero. In rete, a primo acchito, sono disponibili svariati siti tipicamente infomercial espressamente dedicati al Goji, con la solita gran profusione di rassicuranti signori in camice. Alcuni di questi sono anche grottescamente tradotti in italiano (operazione che ispira tutt’altro che fiducia).

Le informazioni bibliografiche, a differenza di molte altre piante promosse recentemente, tuttavia abbondano e spaziano nelle applicazioni più disparate. Per avere una panoramica sintetica è possibile scaricare da qui l’elenco delle pubblicazioni su riviste internazionali indicizzate in lingua inglese. Sono circa un centinaio ed in rapida crescita negli ultimi anni. Il numero degli articoli in lingua cinese, ergo difficilmente valutabili ed interpretabili, è più del doppio mentre se ci si sposta in zona brevetti (anche loro quasi tutti in cinese), il numero decuplica letteralmente. In genere questa letteratura viene impiegata a sostegno dell’uso nutrizionale e salutistico del Goji, sebbene le possibilità di accedervi e di interpretarla criticamente siano scarse o nulle. Volendo essere pignoli questo facilita l’azione di chi vuole promuovere a tutti i costi un ingrediente vegetale facendo leva su aspetti scientifici: la traduzione e l’interpretazione dei dati può essere più “libera” dato che pochissimi possono poi davvero controllare rigore scientifico e veridicità del dato

Le informazioni sono quindi sparse ed una loro organizzazione coerente è impresa ardua. Si può partire dal fatto che L. barbarum appartiene all’ampia riserva di droghe vegetali della Medicina Tradizionale Cinese, che la consiglia per la consueta pletora di applicazioni: dal sostegno all’attività renale ed epatica alla riduzione della glicemia sino all’immunomodulazione. Più che come rimedio medico-terapico il suo utilizzo pare storicamente radicato in pratiche alimentari, fattore che ne facilita anche a livello mediatico la trasposizione nel contesto nutraceutico (assunzione continuata di quantità alimentari e non farmaceutiche). Questo significa però che le quantità di frutto o succo da assumere per ottenere un possibile effetto saranno verosimilmente lontane da quelle farmaceutiche, ovvero che 2-300 ml di succo al giorno potrebbero avere più senso di pochi frutti miscelati a semi di zucca e girasole, come ho visto fare in Inghilterra recentemente. In quest’ultimo caso il goji più che altro svolge il ruolo di ingrediente-civetta o se preferite di specchietto per le allodole.

Gli studi fitochimici e farmacologici sono comunque numerosi ed hanno permesso di circoscrivere le attività confermabili in vitro e su animali alla riduzione della glicemia, all’immunomodulazione, alla riduzione del danno ossidativo. Trial clinici e nutrizionali di spessore adeguato brillano però per la loro assenza e purtroppo buona parte di quelli sin qui condotti è in lingua cinese ed ha un design abbastanza limitato. Molto recentemente è stato pubblicato il primo trial internazionale (qui il pdf), mirato a valutare sull’uomo gli effetti di un estratto commerciale standardizzato in polisaccaridi (non se ne esprime però una quantificazione, solo un’uniformità). Il periodo di studio è abbastanza breve (solo 14 giorni) e la valutazione semplicemente soggettiva (benessere percepito dai pazienti, percezione soggettiva del funzionamento gastrointestinale ed intellettuale) ma è tutto quel che concretamente abbiamo sull’uomo per ora. Per somministrazioni limitate nel tempo non sembra comunque che si verifichino alterazioni di peso e pressione mentre la percezione della qualità della vita appare migliorata.

Scorendo la bibliografia la frazione più considerata sembra essere quella zuccherina e buona parte dell’attività sembra imputabile all’abbondante presenza (circa il 30%) di miscele di polisaccaridi basati su D-rhamnosio, D-xilosio, D-arabinosio, D-fucosio, D-glucosio, and D-galattosio, indicati come LBP. Questi polimeri, in vitro e su animali, sembrano avere una buona azione antiossidante in un discreto pool di saggi (non di prima qualità, va detto), anche nei confronti del danno ossidativo indotto dal diabete . Oltre a polisaccaridi semplici, tuttavia, la frazione ricca in carboidrati contiene anche numerosi glicoconiugati, in letteratura definiti attraverso una serie di sigle da LbGp1 o LbGp5, nei quali i monomeri più frequenti sono arabinosio e galattosio legati a residui aminoacidici. Per questa frazione l’azione principale sembra essere nella modulazione del sistema immunitario.

La caratterizzazione completa e precisa dei polisaccaridi del Goji non è tuttavia disponibile, ma è stato messo a punto recentemente un metodo per ottenere estratti di L. barbarum genericamente ricchi in polisaccaridi totali che prevede 5 successive estrazioni di una stessa matrice per 5-6 ore ciascuna in acqua bollente con un rapporto solvente-droga pari a circa 31. Anche il metodo tradizionale risulta facile da trasferire su scala industriale: viene preparato un decotto ponendo le bacche essiccate in acqua bollente lasciando riposare per alcuni minuti. Dopo aver lasciato raffreddare e dopo filtrazione il liquido può essere consumato o, se l’esigenza è industriale, concentrato o liofilizzato. Questo significa che sia il liofilizzato che i frutti essiccati possono essere acquistati dalla Cina in funzione delle esigenze delle industrie europee, che hanno quindi l’opzione di acquistare un prodotto finito oppure effettuare in Europa la lavorazione, ottenendo maggiori garanzie di sicurezza. Un estratto di questo tipo non conterrà però i costituenti più apolari, come ad esempio gli abbondanti carotenoidi e xantofille tra cui la zeaxantina. Quest’ultima, sia libera che esterificata con acido palimitico sembra essere particolarmente abbondante nel frutto secco o spremuto. In alcuni casi ad esempio si sono ottenuti valori superiori ai 2 mg/g (e sarebbe un mezzo record) ma esiste una forte variabilità dovuta alla fonte ed al metodo di estrazione: ad esempio la presenza di uno step di saponificazione e la capacità del metodo scelto di discriminare tra differenti isomeri di zeaxantina possono determinare sensibili differenze. L’abbondanza di queste sostanze potrebbe essere legata alla possibile ma non sperimentalmente confermata azione contro la degenerazione della vista, in accordo con quanto già scritto su queste pagine. Gli studi più recenti ed accurati (un articolo in pre-press) indicano comunque un contenuto trans-zeaxantina oscillante tra 400 e 1000 microgrammi/grammo ed una presenza di carotenoidi totali dello 0,5% circa sul secco di cui quasi la metà zeaxanthina palimitato (articolo in pdf). Per comodità non riporto poi tutti i valori in termini di RDI dei micronutrienti, che per un vegetale d’uso semi-alimentare come il Goji possono essere rilevanti. Chi è interessato può andarseli a leggere qui con calma. 100 grammi di bacche garantiscono comunque la copertura dell’ RDI per ferro e vitamina B2. In alcuni casi anche per la Vitamina C, ma anche qui esiste una notevole fluttuazione della quantità presente.

Oltre a caroteni, vitamina C e polisaccaridi vari, le nostre bacche rosse sembrano contenere altrettanto abbondanti antiossidanti più tradizionali come flavonoidi, come kaempferolo (135 microg/g), quercetina (296 microg/g) e miricetina (247 microg/g) ed in generale anche la frazione flavonoidica sembra contribuire sensibilmente all’azione antiradicalica ed antiossidante (qui un pdf a riguardo). Come visto altre volte, uno scenario fitochimicamente così complesso complica non poco la definizione della “miglior droga” o del “miglior prodotto” ed ancora di più quella del “miglior estratto”, in quanto tutto dipende da cosa si vuole monitorare e da quale è la finalità ultima del prodotto ottenuto. L’indicazione che ne emerge è che l’uso della matrice intera o di un suo succo ottenuto per spremitura possono essere più idonee rispetto ad un estratto, se vogliamo in linea con il concetto superfood.

Come spesso avviene per questi prodotti, particolare enfasi in bibliografia è stata data agli aspetti anti-aging. Nello specifico il riassunto più completo e recente della letteratura è in una review del 2007 intitolata “Use of Anti-aging Herbal Medicine, Lycium barbarum, Against Aging-associated Diseases. What Do We KnowSo Far?” e scaricabile qui in pdf.

Per completezza, va segnalata l’esistenza di alcuni case report (non indicazioni universali, ma segnalazioni di possibile allerta) riguardanti interferenze tra assunzione combinata di succo di Lycium barbarum e Warfarin (uno degli anticoagulanti più comunemente somministrati a chi ha problemi di trombosi). Per cautela, come riportato anche da Fitovigilanza, la sua somministrazione a persone sotto terapia anticoagulante sarebbe da evitare. Appartenendo alla famiglia delle Solanacee, che contempla pomodoro e peperone ma anche le meno salutari Atropa belladonna e Datura stramonium, ai frutti di Lycium barbarum è stata anche associata con un pò di allarmismo la possibile presenza di alcaloidi tropanici tossici come atropina e scopolamina. In questo caso siamo più dalla parte delle Solanacee edibili, dato che il contenuto in atropina è di gran lunga inferiore a quello nocivo.

8 thoughts on “Gojilla vs. Superfood

  1. Quindi quale sarebbe la differenza tra mangiare queste “bacche magiche” e mangiare pomodorini ciliegia, o anche pomodori normali?
    Tuto considerato non sembrerebbe troppa….

  2. Se il metro è quello del rapporto prezzo/attività, la bilancia raramente pende dalla parte di questi prodotti. Se ci fossero conferme circa l’azione immunostimolante della frazione polisaccaridica alcune cose potrebbero cambiare, ma si tratta di conferme spesso difficili da ottenere.

  3. Ma qualcuno ha guardato alle quantiá di frazione polisaccaridica immunostimolante contenuta nei pomodori?
    Sento un gran rumore di fondo da marketing in questo fruttino dei miracoli.
    Visti i costituenti la cosa migliore per assumere le bacche parrebbe di combinare una estrazione in fase aquosa e una in fase oleosa, in pratica farci una bella salsa con un po’ d’olio (EVO, naturalmente), come si fa coi pomodori.
    Ma visto quello che costano non mi pare pratico.
    Qualche anno fa erano le melagrane, poi i mirtilli, adesso i goji.
    La moda é una brutta bestia.

  4. Come mi capita più volte di dire, il giusto mercato di riferimento per questo tipo di prodotti non è quello medico-terapeutico ma quello cosmetico. Con quel che ne consegue in termini di aspettativa di efficacia per buona parte dei prodotti posti in vendita.

    Volendo fare un altro paragone merceologico, è un po’ come con le chiavette usb per navigare in internet: tra velocità dichiarata negli spot e velocità effettiva al momento del loro uso spesso c’è una bella differenza (e parlo per esperienza diretta dato che sto sacramentando con uno di questi aggeggi qui in vacanza….)

  5. Mimmo ha detto:

    Se in effetti il frutto possiede tute queste sostanze che, come risaputo, sono benefiche per la salute non vedo il motivo per cuisi dovrebbero denigrare i risultati enunciati in termini di diminuzione del colesterolo, della glicemia e poi ancora dell’aumento della qualità visiva, della qualita dello sperma e per finire per gli ottimi risultati mostrati nella lotta ad alcune forme di tumore.

  6. luca ha detto:

    ciao adesso che siamo nel 2012 che idea ti sei fatta del goji, le sue proprietà sono tutte frottole? Le bacche sono molto care da comprare, se avessero effettivamente i benefici che molti sostengono vorrei coltivare le piante nel mio orto che ne pensi? ciao

  7. E’ uscita una review nel 2011, non ho ancora avuto il tempo di leggerla. L’impressione per ora è la medesima che riguarda quasi tutti questi prodotti: i risultati che promettono non sono molto diversi da quelli che si possono ottenere con una normale dieta ricca in frutta e verdura e (molto) povera in carne.

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