Gang green

Mi trovo provvisoriamente in Inghilterra e spulciando un free press londinese (The London Paper, un giornalaccio) sono capitato su un articoletto dedicato alle aziende che marciano un pò troppo disinvoltamente sull’onda verde del marketing, riempiendosi la bocca di termini come sostenibile, biologico & co. Senza averne le credenziali, ovviamente. La tecnica di mercato è del resto codificata da tempo come greenwash ovvero più o meno “lavaggio del cervello verde”.

Pare che opportunamente il garante britannico per la pubblicità (Advertising Standards Authority) abbia deciso di metterci una pezza, regolamentando la materia e ponendo una serie di benchmarks. Ad esempio qui è disponibile in pdf la normativa per il marketing degli organic foods, ivi inclusi cibi funzionali e nutraceutici, per i quali la questione del biologico e del sostenibile è particolarmente topica.

Curiosamente poi, proprio ieri, Smart Planet ha distribuito un sintetico decalogo per il consumatore critico, dedicato ai trucchetti da applicare per riconoscere o almeno saper interpretare i claim dei produttori in tema ambientale in senso lato. Stringato com’è rischia di essere più un simpatico esercizio di stile, pur restando un utile promemoria dei caveat da seguire. Molto più approfondita e dettagliata (praticamente l’approccio opposto anche in termini di pregi e difetti comunicativi) la Greenwash Guide edita da Futerra in cui sono elencati e descritti pieghe e risvolti delle tecniche di ricostruzione della verginità ambientale.

In tema mi viene in mente all’istante il problema di molti cosmetici e prodotti erboristici, descritti come naturali o a produzione sostenibile per avere, assieme ad altre dozzine di ingredienti, un componente minoritario di origine vegetale o vagamente legato ad una filiera di produzione fair trade. Un esempio sono gli shampoo ed i bagnoschiuma “naturali”, quelli nei quali in realtà l’unico ingrediente vegetale è un estratto 2:1 (due parti di solvente per una di droga) inserito come 1% rispetto a tutta la formulazione. Nel complesso una quantità risibile, che oltre alle sostanze attive contiene numerosi inerti come clorofilla, proteine, ecc. Inoltre, a cosa potrà servire dal punto di vista dermofunzionale lo 0,5% sul totale per un tempo di applicazione che massimo arriva a 2 minuti?

Diversi anni fa poi mi era capitata per le mani una crema alla clorofilla più o meno descritta cosi’: “La pelle del viso va protetta ogni giorno per tutto l’anno. La nostra ditta ha creato una crema a base di clorofilla, che in natura esercita un’azione anti-inquinamento grazie alla capacità di trasformare l’anidride carbonica in carboidrati“. Una descrizione alquanto creativa, per la quale chiunque avesse avuto una minima formazione in biologia avrebbe forse riso per l’ingenuità della frase o pianto per come si stava cercando di giocare sulla credulità altrui. Elementi scientifici come la fotosintesi clorofilliana e l’importanza delle piante verdi come elemento di restituzione ambientale erano usati come pedine di greenwashing in modo subdolo e fraudolento rispetto allo scopo del prodotto. Inutile spiegare, ad esempio, che la fissazione dell’anidride carbonica da parte della clorofilla avviene solo ed esclusivamente in un sistema vitale come il cloroplasto e che l’anidride carbonica, pur essendo arcinota per le problematiche ambientali non è nociva per la pelle. Anzi, in teoria un eccesso di CO2 rispetto all’ossigeno può paradossalmente essere considerato protettivo nei confronti dello stress ossidativo…

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