Il motore a biodiversità infinita

Dalle nostre parti sono i “frutti dimenticati” o le varietà fortemente regionali come la mela annurca o la pera cocomerina o ancora sono le infinite cultivar e variazioni clonali di una stessa specie (olivo e vite, ad esempio, ma anche cavolo, insalata e pomodoro per non parlare degli innumerevoli cultivar ed ibridi di Lavanda messi a punto dall’industria profumiera). Tutte assieme rappresentano il combustibile del motore a biodiversità infinita, quello messo in moto dall’uomo nella sua relazione con le piante che lui stesso ha “addomesticato” per i più svariati impieghi. Le piante che si sono messe in società con noi bipedi hanno tratto spesso un vantaggio evolutivo da questa loro scelta, come si diceva in un post passato. Difficile ad esempio non pensare che tra le circa 1200 varietà di Olea europea (solo in Italia sono note 600 varietà di Olivo) non ve ne siano alcune che l’uomo ha privilegiato per la loro capacità di resistere alle gelate o a certi parassiti, accelerando di fatto un percorso di selezione naturale altrimenti molto più lungo ed incerto per la specie vegetale.

Tutta questa variabilità costituisce anche una valvola di sicurezza nient’affatto secondaria in varie parti del mondo, dove proprio la diversificazione delle cultivar utilizzate garantisce (come una diversificazione dell’investimento di Borsa) maggiori chances di buon raccolto anche nel caso di eventi critici come alluvione e siccità. Un esempio visivo in questo video, pescato sull’imprescindibile blog della biodiversità agraria (http://agro.biodiver.se/) che illustra senza parole la diversa risposta alle inondazioni da parte di due accessioni differenti di riso (il riso sta bene nell’acqua come insegna l’inconografia delle mondine, ma va in tilt quando viene completamente sommerso). Il clip rientra nel concorso, lanciato da Agro.Biodiver.se per eleggere il migliore video in tema di biodiversità agronomica (in palio un iPod).

Venendo a noi, cultivar, varietà e cloni formano un serbatoio al quale l’uomo può attingere per ottenere prodotti che meglio si adattano alle sempre più numerose nicchie dei mercati alimentari, cosmetici, erboristici. Così come non tutte le mele hanno lo stesso profumo e lo stesso colore, non tutte le piante usate per ottenere integratori alimentari o sfruttate per le loro proprietà salutistiche presentano uguale abbondanza di principi attivi. L’esempio più lampante di questo fatto ci viene dalla vite e dalla biochimica dell’uva: il contenuto in resveratrolo, tannini, antocianine, flavonoidi varia da vitigno a vitigno e forse anche da clone a clone e con essi le proprità salutistiche correlate. Altrettanto frequente la variabilità dei costituenti degli oli essenziali di molte Labiatae, come ad esempio Lavanda e Timo: solo di quest’ultimo sono note sei differenti profumazioni (o più correttamente chemotipi): a timolo, a carvacrolo (fenoli, più comuni), a linalolo, a geraniolo, a terpineolo ed a thujanolo (alcoli), con relative differenze in aroma ed in azione antimicrobica.

In questo contesto, tuttavia, si inserisce il dramma di una biodiversità, quella agricola, quasi dimenticata e raramente sostenuta e promossa a dovere. La costante standardizzazione delle coltivazioni, la globalizzazione dei consumi massificati e la scarsa o nulla attenzione istituzionale nei confronti delle varietà agricole ha portato negli ultimi decenni ad un’erosione colossale del numero di varietà note e disponibili per molte specie addomesticate. Un esempio, sempre pescato su agro.biodiver.se:delle oltre 7000 varietà di mela note in Nordamerica nell’800 ne restano attualmente solo circa 300.

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