L’etica protestante e lo spirito della ricerca fitoterapica

Gli svizzeri sono gente precisa per antonomasia e non a caso il rigore calvinista ha trovato terreno fertile nella Ginevra del ‘500, lasciando in eredità un marchio forte in termini di rigore ed etica applicata al lavoro. Non è quindi forse del tutto casuale se proprio da un’iniziativa dell’USFP (Ufficio Federale della Salute Pubblica della Confederazione Elvetica) è partito l’input per un raffronto sistematico degli studi clinici in fitoterapia ed in medicina allopatica. Obiettivo: verificare se lo standard qualitativo con cui farmaci di sintesi e rimedi erboristici vengono valutati in base ai criteri della EBM è equivalente e se sono presenti elementi che possono fuorviare l’interpretazione dei risultati sperimentali. Circa novanta trials clinici rispondenti a criteri prefissati sono stati selezionati causalmente e confrontati ad altrettanti studi condotti su farmaci di sintesi. Affinità e divergenze sono state elaborate statisticamente, anche mediante analisi multivariata (Scarica il pdf).

Risultati: a parità di design (doppio cieco, random, eccetera) i trials fitoterapici contano mediamente su un numero minore di pazienti ed hanno meno visibilità, specie su scala internazionale. Il 35% di questi studi viene pubblicato in francese o tedesco su riviste prive di Impact Factor, elemento che ne limita la diffusione senza però essere indice oggettivo di minor rigore*. Il minor numero di pazienti di questi trials determina invece una media più alta di risultati positivi in conseguenza di errori standard maggiori ed una minore validità nel riscontrare reazioni avverse e controindicazioni, elementi che spesso divengono critici quando il campione viene esteso oltre i 100 individui e la trattazione statistica diviene conseguentemente più accurata, grazie ad una riduzione della finestra d’errore. Fin qui l’indicazione è una conferma di quanto si può intuire osservando anche in modo approssimativo la letteratura di settore ed è una conseguenza dei fondi più risicati a disposizione della validazione fitoterapica: meno soldi uguale studi in minor scala, ergo indicazioni meno solide.

Altri elementi interessanti: gli studi condotti su materiale standardizzato o su piante già inserite nelle monografie ESCOP hanno dato maggiori indicazioni di efficacia. Manca invece, su entrambi i rami, una valutazione su eventuali correlazioni tra esiti positivi e studi promossi da aziende.

Per contro non è corretto imputare agli studi sulla fitoterapia una scarsa qualità nell’esecuzione. Anzi, su molti parametri indipendenti dalla numerosità del campione (ad esempio validità del blinding, generazione della randomizzazione) il rigore del ramo fitoterapico si è rimostrato superiore a quello convenzionale, con un 21% di studi di qualità metodologica elevata contro un 5%. Detta in soldoni: i ricercatori clinici in fitoterapia devono gestire minori fondi e questo porta a risultati di minore solidità scientifica, ma il loro lavoro pare più preciso ed accurato dei loro colleghi che si occupano di farmaci di sintesi.

Si tratta di una conclusione interessante, perchè limita alcune interpretazioni un po’ superficiali secondo le quali la ricerca in ambito medico-fitoterapico verrebbe fatta in maniera poco rigorosa, con forti bias da parte degli autori e con metodi insoddisfacenti. Lo studio peraltro non si proponeva di valutare l’efficacia terapeutica, ma solo la qualità d’esecuzione, essendo questo un parametro spesso indicato a detrimento della ricerca in ambito fitoterapico. Per evitare ambiguità va infine rimarcato come solo la declinazione occidentale della fitoterapia sia stata studiata, ovvero l’impiego di circa 30 comuni droghe vegetali impiegate secondo i dettami medico-terapeutici della medicina convenzionale, in termini di diagnosi, trattamento e prognosi. La vulgata è che i risultati dello studio non si applicano alle MNC ed all’integrazione alimentare nè a pratiche consioderate non ortodosse in ambito medico e legate all’uso eclettico di piante medicinali. Anzi, un’analoga operazione condotta sugli studi di MTC (Medicina Tradizionale Cinese) ha prodotto risultati meno lusinghieri, anche in questo caso solo in termini di qualità metodologica.

* Quest’indicazione, in particolare, può contribuire alla recende discussione sulla qualità della ricerca condotta su riviste non indicizzate ISI e prive di Impact Factor, nata a seguito di un post di Progetto Galileo e poi proseguita sul blog di Fabio Turone.

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Matched-pair study showed higher quality of placebo-controlled trials in Western phytotherapy than conventional medicine
L. Nartey, K. Huwiler-Muntener, A. Shang, K. Liewald, P. Juni, M. Egger
J. Clinical Epidemiology 60 (2007) 787-794
(Scarica il pdf)

Objectives: Herbal medicine (phytotherapy) is widely used, but the evidence for its effectiveness is a matter of ongoing debate. We compared the quality and results of trials of Western phytotherapy and conventional medicine.
Study Design and Setting: A random sample of placebo-controlled trials of Western phytotherapy was identified in a comprehensive literature search (19 electronic databases). Conventional medicine trials matched for condition and type of outcome were selected from the Cochrane Central Controlled Trials Register (issue 1, 2003). Data were extracted in duplicate. Trials described as double-blind, with adequate generation of allocation sequence and adequate concealment of allocation were assumed to be of higher methodological quality. Results: Eighty-nine herbal medicine and 89 matched conventional medicine trials were analyzed. Studies of Western herbalism were smaller, less likely to be published in English, and less likely to be indexed in MEDLINE than their counterparts from conventional medicine. Nineteen (21%) herbal and four (5%) conventional medicine trials were of higher quality. In both groups, smaller trials showed more beneficial treatment effects than larger trials. Conclusions: Our findings challenge the widely held belief that the quality of the evidence on the effectiveness of herbal medicine is generally inferior to the evidence available for conventional medicine.

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