La mistica al museo

tio.jpgLa sala 24 del British Museum è dedicata in questi mesi ad una esposizione tematica tautologicamente chiamata Living and Dying. L’argomento è di quelli filosoficamente alti, ma l’indirizzo dato dai curatori è preciso e nelle teche sono esposte ed illustrate le più disparate pratiche messe in atto dall’uomo nel presente e nel passato per sconfiggere la malattia o preservare la salute. Il viaggio nello spazio e nel tempo che ne emerge affianca tra gli altri i miracoli di San Gennaro, le pratiche sciamaniche, le divinità naturali, l’uso dei tarocchi e dei sistemi divinatori e persino l’introduzione della medicina tradizionale cinese in Uganda. All’appello mancano quasi solo gli nkisi nkondi dell’Africa nera.

Quello che balza agli occhi è che nella prospettiva del malato, storicamente e trasversalmente nelle culture del pianeta, non esiste differenza tra tutte queste pratiche: sempre ci si rivolge ad un mediatore (medico, religioso, sciamanico) tra la realtà della malattia ed un mondo sconosciuto in possesso di eventuali sistemi di guarigione personalizzati, ad hoc. Un affidamento quasi cieco, incondizionato, fideistico e del tutto individuale (la malattia e la salute come elemento individuale e non collettivo) che non distingue tra l’approccio cradle-to-grave della farmacoterapia industriale e quello cabalistico di un kirlik turkmeno o di una tavola henta delle Isole Nicobare. E’ solo negli occhi della scienza e della sua lettura del reale che viene posta la domanda critica sull’efficacia delle pratiche condotte e si ribalta la prospettiva, cercando di dare a salute e malattia un’interpretazione collettiva e non solo individuale. Questo ribaltamento, se non spiegato, condiviso e comunicato rischia spesso di tradursi in un boomerang: vuole mantenere alcune caratteristiche dell’intervento soprannaturale e della sua superiorità (come diceva Arthur C. Clarke “Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”) ma al tempo stesso ne mina alla base la mistica individuale. Questo atteggiamento causa un rifiuto, quasi un rigetto culturale, che riporta l’uomo a ritroso verso mediatori che non spiegano, terapeuti che non giustificano, attori della salute che non accreditano in maniera concreta il loro agire ma amplificano l’elemento ignoto ed insondabile e gratificano l’esigenza di un’intervento personale, individualizzato.

Quello di Living and Dying è un punto di vista semplice, che spiega molte delle esigenze e delle aspettative umane attorno al tema della salute, oltre che sottintendere l’alchimia del punto d’incontro tra il malato e chi si occupa di lui.

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2 thoughts on “La mistica al museo

  1. Ma nella Sala 24 il Corano come “oggetto terapeutico” è contemplato?
    In casi di disturbi nervosi/problemi psichici, e forse in terra d’emigrazione/sradicamento forse ancora più che in patria non sembra affatto raro il ricorso a vere e proprie “terapie coraniche” (stanze in penombra e profumate, recitazioni reiterate del Testo con toni di voce carezzevoli etc), peraltro malissimo viste dall’ortodossia. La mistica individuale qui non viene disturbata dall’intervento “soprannaturale”, ma ne viene anzi rafforzata.
    Di queste pratiche fa cenno anche Tahar Ben Jelloun in un suo libro (“Le pareti della solitudine”, mi pare, dovrei controllare).

    Post interessantissimo, come quasi sempre. L’unico vero problema è riuscire a seguirti regolarmente, posti più velocemente di quanto io riesca a leggere :^)

  2. No, non ricordo e mi pare proprio che non ci fossero riferimenti al Corano.

    Circa gli aggiornamenti, per vari motivi diventeranno lievemente meno costanti nei prossimi giorni, cosi’ avrai tempo di recuperare gli arretrati 😛

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