Macaroni

Quando un quotidiano, per quanto prestigioso, intreccia in un articolo business-oriented medicine tradizionali e figure di ricercatori dalla dichiarata propensione commerciale, la miscela che ne esce può talvolta risultare da alka-selzter. Nello specifico, il New York Times a gennaio ha pubblicato un reportage dal Peru sulla Maca ed l’esito appare più che altro come un’agiografia di Chris Kilham e delle aziende a lui collegate.

L’immagine di ricercatore occidentale buono, attento ad ambiente e persone ma al contempo abile affarista, self-made-man di successo internazionale e uomo “che-non-dorme-mai” che ne emerge oscura completamente quello che avrebbe potuto e dovuto essere il focus di un articolo del genere: l’impatto reale dell’aumentata commercializzazione di Maca nelle zone di coltivazione in termini sociali, commerciali, di benessere, di valorizzazione della biodiversità. Avrebbe potuto approfondire lo status della validazione in merito agli usi terapeutici e funzionali di Lepidium meyenii, la sua utilità per l’utilizzatore finale. Ma queste sono un effetto collaterale, poco più che uno scenario. Il palcoscenico è riservato ad altro, ad un qualcosa che ha smaccatamente troppo bisogno di dichiarare e ribadire al mondo la propria verginità per non risultare quantomeno sospetto.

Giusto per stuzzicare il lettore meno accorto: sono citate in lungo ed in largo le aziende collegate a Kilham ed i relativi profitti (il testo è fatto per orientare il fiuto di potenziali investitori di Borsa e captarne l’attenzione ed il soldo) ma non i referenti locali; la ridondanza delle buone azioni di Kilham & co sfocia quasi nel grottesco laddove nulla è realmente spiegato circa i sistemi di revenue sharing garantiti dalle aziende alla base produttiva. Costruire un laboratorio dentistico ed aumentare il prezzo d’aquisto a fronte di certi incassi non basta, anzi è la versione 2.0 delle collanine e degli specchietti. Occorrerebbe un piano di gestione delle royalties, garantire una partecipazione reale al processo commerciale, fornire alle popolazioni peruviane strumenti per avviare e sostenere autonomamente la produzione e diventare in futuro reali attori commerciali e non comparse, il resto è colonialismo erboristico. La vicenda del conflitto brevettuale è invece sbrigata in poche righe del tutto non convincenti ma forse rassicuranti i potenziali investitori, in cui nulla è detto in concreto sui reali beneficiari e sugli interventi messi in atto e con chi.

I riferimenti tecnico-scientifici a sostegno dei vantaggi del naturale sono infine tra i peggio scelti che abbia mai visto: il testo è palesemente da e per non addetti ai lavori e fa leva con un’ingenuità imbarazzante su aspetti davvero risibili: vogliamo ancora affascinare il lettore appena appena sgamato con la vecchia storia della midriasi degli alcaloidi tropanici e spacciarla come un’epifania del grande tecnosciamano?

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