Il mare ed il cucchiaino

La coltivazione di spezie, piante medicinali ed officinali è proposta da oltre un decennio come strumento per la lotta alla povertà in alcune aree del mondo, per il buon valore aggiunto che se ne può ottenere e per favorire lo sviluppo sostenibile in paesi ricchi in biodiversità. In Colombia ed Afghanistan la coltivazione di caffè e liquirizia ad esempio è sostenuta come alternativa a coca ed oppio proprio per il maggiore ritorno che queste coltivazioni possono dare ai contadini, se adeguatamente sostenute (il grosso del guadagno, come abbiamo avuto modo di scrivere, lo fanno gli altri anelli della catena).

Tra i vari problemi legati a questi interventi uno consiste nella limitata capacità di intervenire sulle dinamiche di mercato a livello internazionale, ma un altro rilevante ostacolo risiede nella quasi totale dipendenza da gruppi di ricerca stranieri per lo sviluppo agronomico, estrattivo, produttivo ed in generale di indagine scientifica. Qualunque promozione nei settori merceologici interessati (alimentare, erboristico, medicinale) e qualunque valutazione della biodiversità (natutale, etnica, antropologica, culturale) non può difatti prescindere da studi di tipo botanico, chimico, nutrizionale, farmacologico e via discorrendo e potrebbe in teoria rappresentare un ottimo motivo per sostenere e migliorare il catatonico stato della ricerca nelle nazioni interessate.

La realtà invece è che molte piante medicinali in commercio vengono da paesi in via di sviluppo e pochissime ricerche vengono condotte nei loro luoghi d’origine; pochissimo viene fatto per sostenere le capacità d’investigazione in loco. Se la ricerca pubblica langue in diversi paesi occidentali, la situazione è difatti drammatica nei paesi megadiversi, che non hanno strumenti propri per tradurre informazioni tradizionali e ricchezze naturali in risorse concrete a sostegno della loro economia. Il risultato complessivo è che le ricerche sulla biodiversità vengono condotte da università e centri di ricerca o da aziende straniere e poco o nulla viene fatto per innalzare il livello locale di conoscenza e di capacità di intervento.

Una frequentazione attenta di Science and Development Network, lo “strano attrattore” delle notizie sulla ricerca nei paesi in via di sviluppo permette di comprendere come la vita del ricercatore sia particolarmente dura se decide di lavorare nella propria nazione. Laboratori scarsamente equipaggiati, possibilità di aggiornamento minime, accesso a materiale bibliografico aggiornato quasi nullo ed un contesto spesso legato a conoscenze ormai datate, questi i ferri arrugginiti del ricercatore da quelle parti. In particolare è l’accesso ai fondi lo scoglio principale, soprattutto per i piccoli gruppi privi di un background di pubblicazioni particolarmente consistente e qualificato. Tra tutti i paesi megadiversi solo Brasile ed India sembrano essere in grado di produrre, seppur faticosamente, un impulso investigativo decente nella direzione dello sviluppo sostenibile delle risorse naturali. Nel resto delle nazioni interessate questa realtà è vissuta con comprensibile sofferenza, al punto che alcuni ricercatori paragonano questo status quo ad una versione edulcorata di biopirateria o ad un neocolonialismo in salsa scientifica, dato che i risultati ottenuti vanno ad accrescere il prestigio (ed in ultima analisi anche le chance di accedere a fondi) di atenei e colleghi stranieri.

Esistono alcune realtà internazionali vocate a finanziare le microrealtà di ricerca nei PVS, come International Fund for Agricultural Development-IFAD, o il TWAS – Academy of Sciences for the Developing World ma sono mosche bianche e neppure particolarmente pingui. I finanziamenti erogati dal TWAS, ad esempio, non superano i 10.000 dollari a progetto, che visti i costi della ricerca è come svuotare il mare con un cucchiaino da tè.

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