Devo ricordarmi le compresse per la memoria

Nonostante la percezione comune, la ricerca (e l’etimologia aiuta a capirlo) non segue solo vie maestre e battute ma cerca con pazienza di aprire una possibile strada su terreni poco battuti ed incerti. Insomma, esplora. E l’esplorazione implicitamente prevede la possibilità di tornare sui propri passi, di costruire quella che a posteriori si definisce conoscenza attraverso un processo di prova ed errore, un lento accumulo di informazioni, una progressiva selezione tutt’altro che straightforward, “dritta in avanti”, come benissimo espresso dagli anglosassoni. Per questo motivo le indicazioni degli studi clinici, di quelli farmacologici ed a maggior ragione quelle delle indagini in vitro o su modelli semplificati, non dovrebbero mai essere assolutizzate a verità definitiva, come purtroppo certa pubblicistica fa, ma inseriti in un contesto ampio e valutati in relazione a quanto già conosciuto. Per usare una metafora neanche troppo lontana dalla realtà, per capire la direzione di una curva un punto è inutile, due possono dare un’idea vaga, molti punti permettono di descrivere bene la situazione e la rotta da prendere per non perdersi.

Per questo motivo non è sufficiente una pubblicazione su ratti o uno studio in vitro per asserire che un estratto vegetale è terapeuticamente efficace e consigliabile a chiunque. Ed è sbagliato e rischioso estrapolare indicazioni universali da indicazioni emerse da ricerche mirate a soggetti precisi e ben caratterizzati. Chi lo fa non solo offre un pessimo servizio al fruitore finale (ovvero noi consumatori sani o malati), ma anche alla fitoterapia o all’uso di prodotti vegetali in genere, esposti ad un effetto boomerang che ne mina la credibilità. Dire le cose come stanno non significa dare contro ad una disciplina o ad una materia, significa contribuire a dare ad essa un ruolo preciso, chiaro, onesto e riconosciuto. Corretto per essa stessa e per chi intende avvalersene.

ghr.jpgSu Gingko biloba sono disponibili molte informazioni. Questa pianta ha un radicamento nella medicina tradizionale molto minore rispetto al diffuso impiego terapeutico e commerciale che se ne fa e molte delle applicazioni proposte nascono quindi da dati di ricerca. Alcune rotte che sono state tracciate per il Gingko si sono rivelate vicoli ciechi (il trattamento del tinnitus, ad esempio), su altre il percorso sta offrendo indicazioni progressivamente positive come nel caso della prevenzione del declino cognitivo degli anziani (da considerarsi come evento fisiologico non obbligatoriamente correlato alla sua versione patologica, la demenza senile), ma la lettura dei dati introdotti dal tradizionale cappello “la ricerca scientifica ha dimostrato che…” deve sempre essere attenta.

In questo settore molto si sta facendo per verificare la cosiddetta “ipotesi ossidativa“, secondo la quale la supplementazione alimentare con forti antiossidanti permetterebbe di rallentare i processi radicalici alla base della perdita di memoria che hanno fisiologicamente luogo durante la vecchiaia. Da una decina d’anni vengono pubblicati trials clinici su questo utilizzo di Gingko biloba effettuati con modelli sperimentali differenti e soprattutto su fasce d’età assai diverse. Un risultato abbastanza assodato è che la sua somministrazione in persone sane al di sotto dei 60 anni di età sembra fornire vantaggi estremamente limitati se non trascurabili, come evidenziato da una revisione sistematica recente. Questo significa che abbiamo preso un altro sentiero sbagliato? Non necessariamente: dice che se dato a persone non anziane non ha effetti significativi per questo preciso utilizzo, ovvero che il target non risponde.

Quello dell’eterogenicità degli studi e dei target è uno dei problemi cardine nella traduzione del dato scientifico, perchè lo rende fortemente passibile di travisamenti e banalizzazioni, dovuti all’eccesso di semplificazione chiesto (e purtroppo fornitole) dall’opinione pubblica: funziona si/funziona no. In realtà la risposta dovrebbe sempre essere “dipende” e mai dicotomica. Dipende da cosa si intende trattare, in quali soggetti, con quali problemi, attraverso quali forme di somministrazione, eccetera. Ad esempio, una lettura semplificata della revisione citata potrebbe portare a sancire l’inutilità dei prodotti a base di gingko nel trattamento delle turbe della memoria. Ma quel che vale per individui sani al di sotto dei 60 anni è universalizzabile? Si direbbe di no a leggere i risultati degli studi su una popolazione più anziana.

E’ di questi giorni la pubblicazione di un trial clinico in doppio cieco randomizzato che giunge a sostegno di precedenti indicazioni, secondo le quali Gingko biloba garantiva moderati miglioramenti allo status cognitivo degli anziani, come indicato dalla British Association for Psychopharmacology nel 2006 (scarica il pdf). Secondo lo studio (scarica il pdf), durato oltre tre anni e condotto su circa 120 pazienti ultra-ottantacinquenni a rischio cognitivo, un estratto standardizzato di Gingko biloba foglie (80 mg tre volte al giorno) ha probabilmente garantito in chi ha seguito con rigore il trattamento una minore incidenza di demenza senile ed una migliore performance mnemonica. Per la serie “non esistono pranzi gratis” il trattamento ha però causato anche un incremento di eventi ischemici e di piccoli infarti, non letali e non connessi a quei fenomeni proemorragici per i quali il gingko è noto.

Un trend simile nell’effetto in funzione dell’età è stato evidenziato da uno studio analogo effettuato utilizzando picnogenolo, una miscela proprietaria di polifenoli fortemente antiossidanti estratti dalla corteccia di Pinus maritima. Quasi a suggerire che ci possa essere un fil rouge a livello di meccanismo, da confermare su numeri maggiori.

Come correttamente indicano gli autori, le dimensioni di questo studio hanno permesso solo di mostrare un possibile effetto preventivo e per una solidità statistica ottimale servirebbe una popolazione di qualche migliaio di individui. Non a caso sono in corso due studi particolarmente ampi come il Gingko Evaluation of Memory negli Stati Uniti ed il GuidAge Study europeo, entrambi con oltre 3000 pazienti trattati ma con alcune differenze nei dosaggi e negli outcomes da valutare, che includono anche il trattamento e non solo la prevenzione di demenza senile ed Alzheimer. I loro risultati, attesi per i prossimi anni dovrebbero garantire una mappa più precisa con cui orientarsi nel territorio di Gingko biloba.

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A randomized placebo-controlled trial of ginkgo biloba for the prevention of cognitive decline
H.H. Dodge, T. Zitzelberger, B.S. Oken, D. Howieson, J. Kaye
Neurology 2008.
(scarica il pdf)

Objective: To assess the feasibility, safety, and efficacy of ginkgo biloba extract (GBE) on delaying the progression to cognitive impairment in normal elderly aged 85 and older. Methods: Randomized, placebo-controlled, double-blind, 42-month pilot study with 118 cognitively intact subjects randomized to standardized GBE or placebo. Kaplan-Meier estimation, Cox proportional hazard, and random-effects models were used to compare the risk of progression
from Clinical Dementia Rating (CDR)  0 to CDR  0.5 and decline in episodic memory function between GBE and placebo groups. Results: In the intention-to-treat analysis, there was no reduced risk of progression to CDR  0.5
(log-rank test, p  0.06) among the GBE group. There was no less of a decline in memory function among the GBE group (p  0.05). In the secondary analysis, where we controlled the medication adherence level, the GBE group had a lower risk of progression from CDR0 toCDR0.5 (HR0.33, p  0.02), and a smaller decline in memory scores (p  0.04). There were more ischemic strokes and TIAs in the GBE group (p  0.01). Conclusions: In unadjusted analyses, ginkgo biloba extract (GBE) neither altered the risk of progression from normal to Clinical Dementia Rating (CDR)  0.5, nor protected against a decline in memory function. Secondary analysis taking into account medication adherence showed a protective effect of GBE on the progression to CDR  0.5 and memory decline. Results of larger prevention trials taking into account medication adherence may clarify the effectiveness of GBE. More stroke and TIA cases observed among the GBE group requires further study to confirm.

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2 pensieri su “Devo ricordarmi le compresse per la memoria

  1. Per uno come me abituato ad associare la fitoterapia a un approccio pre-scientifico, questo post e il blog in generale sono davvero una gran bella scoperta.

    Condivido il pieno l’atteggiamento critico sulla valutazione dei risultati degli studi, che spesso secondo la mia esperienza di giornalista che segue il mondo biomedico vengono presentati in modo “pompato” dai ricercatori stessi, dalle loro istituzioni o dai finanziatori dei loro studi, con intrecci di interessi difficilmente districabili.

    In questo ambito anche l’ideologia spicciola (per esempio quella per cui “naturale è meglio, perché non fa male”) confonde in genere le acque.

    Grazie per avermi dato utili elementi di valutazione.

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