A matter of equitea

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Avere le bustine sugli occhi è equivalente ad avere il prosciutto sugli occhi? La risposta è affarmativa leggendo la traduzione presente su Internazionale in edicola oggi e tratta dall’Observer, quotidiano britannico che ospita una rubrica fissa chiamata Ethical Living, in cui vengono trattati in chiave giornalistica anche temi a noi cari, dalla presunta eticità degli integratori alimentari alla produzione casalinga di dentifrici bio. Si parla spesso anche di Fairtrade applicato a prodotti erboristici, incluse due commodities storiche come caffè e tè e dell’impatto che pratiche di commercio etico possono avere sui produttori alla base della piramide commerciale.

L’articolo di Internazionale non è disponibile online ma è presente in inglese sul sito dell’Observer e fotografa le storture del mercato del tè, dello sfruttamento del lavoro minorile nelle piantagioni e dell’equità dei prezzi che arrivano a raccoglitori e produttori. Si tratta di fattori ai quali chi frequenta un’erboristeria è in genere assai attento ma che sovente vengono dimenticati al momento della scelta di un prodotto così comune e diffuso. Dopo decenni di bracciantato minorile pare che anche i grossi produttori convenzionali stiano prestando una qualche attenzione al problema, mentre solo il commercio equo garantisce salari accettabili ai coltivatori e condizioni di lavoro adeguate. Questa corsa del gambero dei prezzi implica un vantaggio per il consumatore occidentale (che negli ultimi decenni ha pagato sempre meno per la bustina di tè), ma si traduce in una ricaduta sempre più esigua per il produttore reale, che riceve meno delle briciole del valore aggiunto prodotto dall’allargamento costante dei consumi. La feroce concorrenza basata più sul prezzo (la cui limatura cade sempre più spesso sui salari ai produttori) anzichè sulla qualità del prodotto non aiuta, come illustrato da questa fotografia del mercato in Sri Lanka. Nell’articolo il focus è centrato sull’esigenza di produrre e difendere la produzione qualitativamente migliore ed il legame tra qualità e certificazione è considerato cardinale dagli operatori del settore, secondo i quali la semplice rincorsa al prezzo più basso si traduce esclusivamente in una guerra tra poveri ed inasprisce anzichè risolvere le questioni del lavoro a basso costo, anche minorile e della dignità dei lavoratori.

Lo scorso autunno a Kuminda ho incontrato Sarath Ranaweera, tea taster di prim’ordine e direttore di Bio Foods, uno dei principali produttori di tè fairtrade dello Sri Lanka. In quell’occasione Sarath mi aveva descritto esattamente la strategia e la logica di intervento di SOFA, la cui motivazione primaria è proprio quella di garantire la risoluzione dei problemi descritti da Lucy Siegle nel suo articolo sull’Observer, passando attraverso l’innalzamento della qualità dei prodotti e seguendo uno schema che i cultori del vino, degli alimenti DOP e dello Slow Food in genere conoscono benissimo.

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