Le piante del Laos

laos.jpgQuando si cita l’utilizzo sostenibile della biodiversità e delle sue potenzialità terapeutico-commerciali viene quasi spontaneo fare riferimento all’Amazzonia. La forte esposizione mediatica ed il ruolo simbolico della selva amazzonica rende l’associazione immediata e fa quasi dimenticare la reale estensione planetaria del problema. Le foreste tropicali e gli habitat primari vivono infatti i medesimi problemi in ogni parte del mondo: cattiva gestione delle risorse forestali, povertà endemica, erosione degli ecosistemi orginari, perdita di occasioni per garantire il minimo umano di qualità della vita. Alcune zone del mondo sono state e sono tuttora particolarmente trascurate a riguardo e la poca attenzione che viene loro riservata è figlia della storia e dello scarso appeal mediatico che offrono.

Le colline impenetrabili tra Laos, Vietnam, Thailandia e Cambogia hanno vissuto un’epoca da prima pagina nel recente passato: erano quelle dell’alta valle del Mekong in cui batteva il cuore di tenebra del colonnello Kurtz, terre passate dall’immaginario hollywoodiano planetario alla drammatica realtà storica dei Khmer rossi e dei coltivatori d’oppio ai tempi del Triangolo d’Oro, quando la totale assenza di legalità permetteva il lavaggio dei panni più sporchi.

Il report Environmental Impacts of Trade Liberalization in the Medicinal Plants & Spices Sector in Laos a cura dell’IISD è un bel riassunto di come stanno le cose in quelle terre dimenticate, dove un governo con poche risorse cerca la quadratura del cerchio tra la salvaguardia ambientale, il limitato accesso ai farmaci e lo sviluppo della popolazione, ottimizzando ove possibile la gestione delle risorse vegetali della tradizione.

Il report fornisce un excursus sullo stato della raccolta, coltivazione e produzione locale di piante medicinali ed officinali, sottolineando elementi deboli (ad es. la limitata conoscenza botanica delle specie presenti sul territorio, figlia di uno storicamente scarso intervento della comunità scientifica internazionale), storicamente consolidati (l’isolamento ha sinora garantito il perpetuarsi di tradizioni secolari sull’uso dei derivati vegetali), in via di miglioramento (la transizione politica in atto nel paese sta migliorando le norme di controllo e l’apertura internazionale nel settore delle piante medicinali, oltre che il sostegno governativo alle medicine tradizionali) o perfettibili (qualificare il personale coinvolto nella produzione, nell’ecologia, nel controllo di qualità). Il tutto è esemplificato attraverso due case report sul genere Aquilaria e sul genere Coscinium, il cui scopo è quello di far emergere le conseguenze ecologiche e l’impatto dell’allargamento dei commerci da una scala locale di sussistenza ad una di mercato internazionale.

Il genere Aquilaria noto anche come Agarwood è nella lista delle endangered species del CITES per l’eccessiva raccolta della resina che alcune sue specie (soprattutto Aquilaria malaccensis, Aquilaria crassna, Aquilaria grandfolia, Aquilaria chinesis) producono e che trova impiego in profumeria, come incenso e come sedativo. Dal report emerge che fortunatamente la coltivazione in piccola scala della pianta, la promozione di centri di micropropagazione e vivai e l’introduzione di nuove tecniche di produzione stanno limitando i danni legati all’allargamento dei consumi, aumentando nel contempo lo standard del prodotto commercializzato. La storia della produzione della resina merita invece un post a parte, in quanto bellissimo esempio di sovrapposizione tra diverse anime erboristiche.

L’esempio non virtuoso riguarda invece Coscinium fenestratum e specie affini, liane che per l’abbondanza di berberina si presentano come possibili succedanei di Berberis officinalis o Idraste e vengono utilizzate nella medicina popolare dell’Indocina come antibatterici ed antidiabetici. Il mercato delle droghe a base di berberina è in piena crescita e come avvenuto nel caso di Hydrastis canadensis una limitazione imposta alla raccolta in una parte del mondo determina la ricerca di fonti alternative, il cui sfruttamento indiscriminato ed incontrollato semplicemente trasferisce il problema da una specie vegetale all’altra. L’assenza di una strategia di raccolta/produzione sostenibile e l’aumento della richiesta da parte del mercato internazionale sta infatti determinando su Coscinium una forte pressione ambientale, che determina il graduale spostamento dei produttori verso zone sinora non interessate alla raccolta. Purtroppo, e queste avviene spesso con le specie a portamento lianoso, la coltivazione è particolarmente elaborata. Essa richiede capacità di gestione forestale più che un intervento agronomico: non basta un campo arato per farla crescere, occorre una foresta integra.

Nel complesso, prospettive e pericoli dell’esperienza laotiana non si discostano da quelle di altre parti del mondo, come ben riassunto dall’autore del report: “the development of medicinal plants and spices for export can help to generate increased income among farmers, reduce poverty, stimulate entrepreneurship, and create a favourable business environment to integrate into the global marketplace. However, at the same time, this significant expansion requires significant resources and has raised some concerns about the inappropriate and unplanned use of medicinal plants, leading to the diminution of the richness of the country’s biodiversity“. Che è una delle tante forme possibili per dire che la via verso lo sviluppo sostenibilile non può prescindere da un intervento politico forte, in grado di armonizzare esigenze sociali, produttive, ambientali e di ricerca.

(Grazie a Marco Valussi di Infoerbe per la segnalazione)

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