Pi’vati a babo’vdo!

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La storia del capitalismo è la storia della pirateria organizzata da pochi che si appropriano del lavoro di molti“, diceva quello. Non necessariamente si può condividere (quel termine capitalismo suona così passè), ma è innegabile che un sistema economico incentrato sull’esclusività e sulla proprietà delle informazioni abbia la tendenza nefasta ad incentrare su pochi i benefici che spetterebbero o potrebbero spettare a molti. Oltre a rappresentare, nella realtà attuale, un freno alla conoscenza ed al suo avanzamento. Restando nel nostro orticello erboristico in senso lato, gli esempi di biopirateria si sprecano e continuano ad emergere nonostante la condanna morale a livello di opinione pubblica si faccia sempre più sensibile. Le lotte portate avanti a livello mediatico da Vandana Shiva, la sensibilità avviata dal Trattato di Rio, le azioni di molte organizzazioni ambientaliste e non solo stanno creando una giusta cortina di disapprovazione nei confronti di chi si appropria e fa lucro di saperi tradizionali in ambito terapeutico, alimentare ed agronomico senza garantire nulla in cambio a chi ha sviluppato nei secoli tecniche, metodi, utilizzi, varietà e cultivar specializzati.

La mia personale posizione non è tra le più rigide. Ritengo che una demonizzazione totale delle attività imprenditoriali sia non solo donchisciottesca e poco realistica oggigiorno, ma anche poco utile se l’obiettivo finale è quello di sposare ecologia, diritti e benessere. Il punto centrale, a mio avviso, non sta nell’impedire qualunque ricerca commerciale o qualunque protezione brevettale ma agire per rendere più trasparenti ed accessibili queste operazioni, garantendo tuttavia trasparenza, tutela e ritorno materiale ai detentori dei saperi tradizionali. Dopo tutto la nascita dei brevetti avvenne per difendere gli inventori più piccoli e meno abbienti, mentre la realtà attuale si è capovolta. Per ottenere questo, la pressione sulle azioni meno limpide deve essere costante, per via legale e mediatica.

Dare i voti ai buoni ed ai cattivi e garantire grancassa mediatica su questo tema è ogni due anni compito di Captain Hook Awards, biennale premio della Coalition Against Biopiracy, assegnato a chi si è distinto nel bene o nel male nella protezione della biodiversità, dei diritti di proprietà intellettuale e del loro libero ed etico utilizzo. Per i probi le categorie disponibili sono: Best Peoples Defense, Best Defense of Food Sovereignty, Best Advocate, Lifetime Achievement Award, Community Biodiversity Development and Conservation Programme, Best Exposé, Most Satisfying Victory. Per i fetentoni della filibusta i gironi sono definiti come: Worst Threat to Food Sovereignty, Greediest Biopirate, Biggest Threat to Genetic Privacy, Extreme Makeover Award, Most Shameful Act of Biopiracy, Worst Déjà Vu, Access of Evil Award, Biggest Tiny Claim On Nature, Worst Betrayal, Most Hypocritical.

Ai poveri bucanieri a fumetti va sempre male quando incontrano sulla loro strada Asterix e Obelix. Per decidere con chi volete usare la pozione druidica e con chi preferireste mangiare un cinghiale fumante c’è tempo fino al 30 marzo.

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