Il fascino discreto del cosmeceutico

Il termine cosmeceutica indica una categoria merceologica specifica ma sfuggente e frutto di diverse ambiguità. Per i più critici è uno degli abiti nuovi dell’imperatore o una zona franca per eco-furbi, per altri un buon mezzo di penetrazione sul mercato, per altri ancora una forma ibrida in grado di garantire prevenzione o trattamento soft contro inestetismi o invecchiamento cutaneo. Per soffiare via un pò di nebbie, iniziamo col dire che il termine è più figlio di esigenze commerciali che strettamente scientifiche e che la quantità di informazioni direttamente ottenute testando prodotti cosmeceutici è attualmente limitata.

Nello specifico è definito come cosmeceutico un prodotto che abbina un elemento strettamente cosmetico (quindi nella sua definizione casher non curativo, solo con finalità estetiche su pelle sana e contenente sostanze non in grado di passare la barriera cutanea, quindi virtualmente non attive sul derma profondo) ad uno funzionale, diciamo “attivo”. Se ne ottiene un prodotto non solo cosmetico ma in grado di svolgere una funzione parzialmente attiva ed in questo senso spostato più verso il “farmaco”, destinato ad una pelle borderline tra salute ed ingresso nella patologia . Il corsivo e le vigolette non sono casuali: la distinzione tra stato patologico e salute è sempre labile ed al cosmeceutico non è richiesta una garanzia di efficacia; qualora le sostanze attive fossero conclamatamente efficaci, la loro concentrazione sarà inferiore a quella terapeuticamente riconosciuta, in maniera tale da non rientrare in una classificazione farmaceutica (con limitazioni commerciali e normative più rigide). La definizione non ufficiale della FDA americana è chiara a riguardo: “cosmetic products that have medicinal or drug-like benefits“. Simile, ma non uguale.

Questo, è facile da intuire, crea una zona grigia in cui molte cose sono possibili ed i confini tra il certo e l’incerto si fanno più labili. E come dice il tenente Holden in Operazione Sottoveste, “nel torbido si pesca meglio“, che poi nella versione originale è l’ancor più esplicito e calzante “in confusion their is profit“. A dire il vero nello stesso film c’è un’altra battuta in topic, stavolta per bocca di Cary Grant: “certe cose sono come lo spogliarello, non indagare come lo fanno ma goditi il risultato“. Per il cosmeceutico possono valere entrambe, anche se l’entità del risultato è difficile da stabilire con adeguata certezza. L’uso di dosaggi limitati ottempera infatti a due esigenze: la riduzione del rischio di effetti collaterali e la possibilità a livello di immagine di sfruttare il traino mediatico di ingredienti noti per la loro efficacia, restando però nel seminato di un prodotto over-the-counter, in grado di arrivare direttamente al consumatore senza mediazione di un terapeuta e senza troppi vincoli legali e normativi. Che questa finestra permetta operazioni non sempre garantite è evidente. E soprattutto, andando questi prodotti ad intervenire, seppure in forma blanda, su uno stato fisiologico alterato il loro impiego andrebbe comunque mediato da una persona con un minimo di competenze dermatologiche e cosmetologiche.

Ad esempio, una ipotetica crema contro le smagliature a base di Centella asiatica o una pomata a base di alfa e beta idrossiacido o retinolo sarebbero classificabili come cosmeceutici, ma per esserlo non possono contenere una quantità di asiaticosidi o idrossiacidi superiori ad un determinato valore (quello a cui si sono ottenuti risultati terapeuticamente apprezzabili per via topica). Ma se la quantità è inferiore e l’effetto benefico ha una logica dose-dipendente (usiamo il caso più semplice) la garanzia del risultato non è la medesima, sebbene a livello di percerzione l’utente applichi l’associazione centella-efficace-prodotto valido. Idem per qualunque altro fitocosmetico, per il quale è solo la quantità e non la tipologia di ingrediente a porre un confine tra l’uso terapeutico e quello cosmetico.

In altre parole i cosmeceutici possono essere visti come i cugini cosmetici dei nutraceutici (loro controparte nell’alimentazione, anche se non proprio speculare) e possono contenere quantità controllate di principi attivi come vitamine e retinoidi, sostanze vegetali in grado di esercitare un’azione ad esempio a livello dei capillari, sostanze antiossidanti o capaci di penetrare nel derma, enzimi come la superossido dismutasi, da soli o in miscela. Messa così, praticamente qualunque fitocosmetico è potenzialmente classificabile come cosmeceutico, se la droga d’origine o il principio attivo non è classificato come farmaco e questo già rende difficile la distinzione tra cosmeceutico e cosmetico, creando ulteriori ambiguità.

Di fronte alla domanda-topos “ma funzionano?” la risposta è ardua: i dati evidence-based in genere disponibili in bibliografia si riferiscono ad ingredienti testati singolarmente ed a dosi differenti, per cui risulta possibile solo un’estrapolazione, un’ipotesi di massima e non una risposta specifica. Purtroppo gli studi effettuati direttamente sulle formulazioni cosmeceutiche sono poche. Sperimentazioni su formulazioni proprietarie probabilmente avvengono, ma spesso restano nei cassetti blindati dei settori R&D delle aziende, che li tirano fuori più per il sostegno di eventuali brevetti o per spingere ad hoc le loro creazioni che per sottoporle a scrutinio imparziale.

Negli ultimi anni alcuni dermatologi hanno tentato di fare il punto della situazione sui cosmeceutici a base di estratti vegetali, chi volesse approfondire può leggersi i seguenti pdf (uno, due, tre). Un buon libro sull’argomento è Cosmeceuticals and Active Cosmetics: Drugs vs. Cosmetics, recentemente edito in versione aggiornata e riveduta. L’edizione precedente del testo è consultabile quasi interamente su Google Books.

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3 pensieri su “Il fascino discreto del cosmeceutico

  1. …sicuramente merceologicamente non esistono.
    Ma pensando ad esempio alla formula di un gel topico per gambe pesanti a base di 1% di escina classificato come farmaco e venduto esclusivamente in farmacia,cosa lo differenzia da un gel cosmetico contenente la medesima sostanza alla stessa percentuale arricchita con caffeina.?
    Ecco la linea di confine.
    Questo cosmetico contenente ingredienti presenti ANCHE in farmacopea potrebbe arrogarsi il titolo di …farma cosmetico…ovvero cosmeceutico!
    Tutto il resto è marketing.

  2. Quindi la linea di confine sarebbe l’uscio del diverso punto vendita. Ma a quel punto è solo una questione di posizionamento del prodotto e non di contenuto ed anche questo (come tutto il resto) sarebbe marketing. Giochetti logici a parte, la sola cosa chiara (ma da chiarire al consumatore) è che a dispetto dell’immaginario collettivo buonista verso tutto quel che si ricava dalle piante, l’influenza dei giochetti di marketing sul qualunque derivato vegetale (erboristico, cosmetico, ecc..) è *enorme*.

  3. …si.Per molti prodotti ho notato che è una mera questione di posizionamento di canale.
    Il resto è marketing:Vero anche che al di la’ dell’aspetto commerciale vi sono formule oggettivamente piu’ efficaci.
    Ho avuto modo di testare un prodotto cosmetico a base di antiossidanti in % importante,lenitivi vegetali,fattori idratanti ecc su pelli sensibilizzate dalla radioterapia e constatare effetti normalizzanti sorprendenti.

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