Erboristeria a Km 0?

Si moltiplicano le operazioni sensibilizzazione sulla filiera corta e sul suo basso impatto ambientale. Comprare alimenti prodotti in loco sostiene l’economia nazionale, avvantaggia i piccoli e medi produttori, permette un maggior controllo sulla qualità, promuove la biodiversità, garantisce un minor consumo di carburanti ed in ultima analisi riduce le emissioni di CO2.

Repubblica ha recentemente dedicato uno special a questo argomento, in cui si elencano costi ambientali di frutta e verdura di origine più o meno esotica e si lanciano proposte. Credo che il tema sia sentito in maniera particolare dai frequentatori di erboristerie ed in generale da chi si rivolge al variegato mondo del naturale. Quale è la situazione del mercato erboristico in questo contesto? Secondo dati FAO l’Italia, nel periodo 1991-1998 era l’ottavo importatore al mondo di piante medicinali, con circa 11.500 tonnellate ed osservando i successivi trend di mercato questo numero è certamente cresciuto. Dati più recenti sono quelli di Agrisole e ISTAT del 2004, secondo i quali l’Italia produce 2.500 tonnellate di officinali e medicinali a fronte di un fabbisogno industriale dieci volte maggiore. Nel 2005 la superficie coltivata in Italia ad erbe officinali era di circa 2.000 ettari, sempre secondo l’ISTAT, largamente inferiore a quanto necessario a coprire le necessità produttive e di consumo.

Per molte delle droghe vegetali disponibili in taglio tisana nelle nostre erboristerie o come ingredienti in prodotti erboristici o ancora come spezie alimentari c’è poco da fare, dato che si tratta di specie esotiche non coltivate e non coltivabili in Europa o quantomeno nel Mediterraneo. Per molte altre piante invece  l’economia di scala ha già fatto il suo corso e molte spezie o droghe medicinali tipicamente mediterranee, coltivabilissime anche in Italia in ossequio ai dettami della filiera corta, giungono invece dall’estero. Spesso da molto lontano. Quasi tutta la camomilla che consumiamo (circa 1000t/anno)  giunge da Argentina ed Egitto, una piccola parte dai Balcani. La polvere di frutti di Cardo mariano, la silimarina che se ne ottiene assai spesso sono di origine cinese, così come molte altre droghe. L’origano è quasi tutto di origine turca, talvolta messicana e quasi mai presso la hrande distribuzione è disponibile prodotto coltivato in Calabria, in Puglia o Sicilia. La menta, nonostante la tradizione piemontese della sua coltivazione, è generalmente importata dal Maghreb. La genziana -una delle droghe vegetali più costose sul mercato- per diverso tempo è arrivata dal mercato balcanico, dove tuttavia la sovraraccolta del prodotto spontaneo ha recentemente imposto divieti e regolamentazioni. La tradizione della coltivazione della Liquirizia in Calabria ed Abruzzo è in molti casi un ricordo ed il grosso dei rizomi giunge da altre sponde del Mediterraneo, dalla Cina o dal Pakistan. In alcuni casi la dichiarata coltivazione in Italia funge principalmente da vetrina per le aziende di trasformazione, in quanto la produzione non è in grado di sopperire le reali esigenze industriali e di mercato.

Esistono piccole eccezioni, ma riguardano coltivazioni poste in atto soprattutto in zona appenninica per colmare eventuali richieste elevate o per prodotti di nicchia la cui coltivazione commerciale è difficile da esportare all’estero (un esempio il ribes nero da impiegare nei gemmoderivati) o per le quali è stato fatto un lavoro di protezione con marchi DOP (ad esempio il Bergamotto di Calabria). Nel complesso, le occasioni perse sono state molte. Le motivazioni sono diverse, ma già sentite: il costo della produzione agricola e dei trattamenti post-raccolta di queste piante sono troppo elevati rispetto alle voglie del mercato. Piante officinali e medicinali necessitano di parecchia manodopera e la meccanizzazione specializzata manca. La realtà italiana del resto è fatta di numerosi grossisti e trasformatori e di pochissime realtà agricole attive e sufficientemente forti nel campo delle officinali. Per molte droghe un prezzo all’ingrosso di 2 euro/kg non risulta sostenibile per piccoli e medi produttori e la presenza di grossi importatori/distributori in grado di trattare grosse partite limita gli spazi d’azione per il produttore locale. Per contro, gli agricoltori non sempre si sono adattati ad un contesto commerciale molto flessibile nel quale occorre saper cavalcare una certa dose di rischio. Molti ad esempio chiedono un prezzo garantito prima della semina, cosa che in genere non è fattibile. Anche a livello istituzionale sono mancati sostegni, soprattutto nella protezione del prodotto italiano tramite certificazioni DOP, ad esempio, cosa che ha favorito la quantità rispetto alla selezione qualitativa e la promozione di mercato basata su endemismi e tipicità.

A fronte della domanda interna consistente, l’offerta interna resta quindi fortemente di sotto del fabbisogno nazionale. E la filiera erboristica si allunga.

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