Economia profumata

La quasi totalità dei prodotti che consumiamo ha una storia nascosta e oscura. Una storia di schiavitù e pirateria, contraffazione e frode, furto e riciclaggio di denaro. Sappiamo molto poco di queste trame segrete dell’economia mondiale, perchè i consumatori moderni vivono all’interno di una complicata rete di illusioni commerciali, la realtà virtuale del mercato. […] Gli scaffali dei supermercati occidentali sono pieni di articoli fabbricati dagli abitanti dei paesi in via di sviluppo, lavoratori sfruttati che ricevono una frazione infinitesimale del prezzo finale di ogni prodotto. Se noi consumatori decidessimo di fermarci a riflettere, resteremmo sconvolti nello scoprire chi si arricchisce grazie ala nostra spesa quotidiana“. Così si esprime l’economista Loretta Napoleoni in un bellissimo articolo su Internazionale della scorsa settimana, dedicato all’economia canaglia, come la descrive lei nel suo ultimo libro. In genere considerazioni come quelle della Napoleoni sono associate al mercato delle commodities alimentari, alle manifatture, ai materiali preziosi: banane, oro, caffè, scarpe, ecc.

Il mondo del “naturale”, quello esposto tra gli stands del SANA o quello che in senso esteso ruota attorno alle materie prime vegetali di nicchia (erboristeria, aromaterapia, fitocosmesi, profumeria…) viene di solito poco considerato. Anche nella percezione del consumatore, che spesso ragiona col sillogismo naturale= sano, sano=giusto, naturale=giusto. Purtroppo non è sempre cosi ed in molti casi la produzione di droghe, spezie ed altri ingredienti vegetali presenta sperequazioni vergognose, che è difficile dedurre dall’etichetta dei prodotti che compriamo.

Nell’aprile del 2007 ho visitato la filiera di produzione e commercializzazione del Patchouli in Indonesia. Per chi non lo sapesse l’odore fortemente speziato, caldo ed esotico delle profumazioni al patchouli (profumi, incensi, ecc.) deriva dall’olio essenziale di Pogostemon cablin, una delle poche Labiatae non originarie del bacino mediterraneo. Pogostemon cablin è infatti principalmente coltivata nell’isola di Sumatra, nelle provincie di Medan e Banda Aceh per la precisione. Queste aree producono e commercializzano oltre l’80% del mercato mondiale. Nella mia visita a North Sumatra (una delle aree più colpite dagli effetti dello Tsunami del 2004) ho incontrato piccole comunità rurali ed i loro capi villaggio, assillati dalla mancanza di informazioni sui problemi di una coltivazione tutt’altro che semplice. Ho osservato -coprendomi dalla pioggia con una foglia di banano- microscopici produttori con distillatori arrugginiti nel mezzo della foresta tropicale. Infine ho gustato un sopraffino pranzo cinese in un lussuosissimo club esclusivo all’ultimo piano di uno dei più prestigiosi grattacieli di Medan, conversando con i padroni del mercato del Patchouli (e non solo). Già, perchè se la produzione del Patchouli è effettuata da contadini poveri che vivono nelle case di legno umido e grezzo comuni in qualunque paese tropicale portando a casa pochi centesimi di euro per kg di foglia, il resto della filiera (il lato che determina il valore aggiunto, of course) è in mano ad un cartello di 6-7 aziende gestite da cinesi che fatturano mediamente 6-10 miloni di dollari all’anno a testa e che assorbono tutte le fluttuazioni positive del mercato (quando alla fine degli anni ’90 il prezzo è schizzato a 60$ al litro i campesinos di Sumatra neanche l’hanno saputo). Ovviamente, ça va sans dire, il prezzo offerto ai produttori cala quando il mercato scende sotto i limiti di profitto che i trader si sono preposti. Il cartello monopolistico può letteralmente fare quello che vuole in termini di relazioni coi fornitori, tenendo così completamente in pugno l’intera filiera e dettando legge su chi lavora ed a che prezzo.

I dettagli sulla struttura della filiera e sulle peculiarità uniche della produzione del Patchouli (che è anche uno degli ingredienti di molte fragranze di successo come Opium, Allure, Eternity e, pare, Chanel n°5) magari li rimandiamo ad un’altra occasione. In questa mi premeva far osservare come il momento in cui un prodotto entra nella dinamica dell’economia planetaria, dell'”economia canaglia” della Napoleoni, perde qualunque connotazione buonista associata al “naturale” e diventa una merce passibile delle medesime storture di tutte le altre, basate sul mantenimento dell’ignoranza in chi produce la materia prima e su un forte squilibrio nella ripartizione dei benefici.

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