Backpackers guide to herbalism

horchata.gifIn questi giorni mi trovo in Ecuador. Ne sto approfittando per osservare come il mercato dei rimedi naturali sia cambiato dalla mia ultima visita diversi anni or sono. Nelle aree urbane il livello dei prodotti disponibili è considerevolmente cresciuto dal punto di vista quali-quantitativo, soprattutto a livello di tisane confezionate. Tisane monocomponente ed elaborate, con certificazione organica BCS, iscritte al Registro Sanitario Nazionale, confezionate con una grafica gradevole e non più “bulgara” sono diventate assai facili da trovare. E quelle che ho assaggiato sono anche buone, con un piacevole equilibrio di aromi. Appaiono sempre più frequentemente negozi di integratori alimentari industriali che vendono prodotti alieni alla cultura locale. Si notano  tuttavia alcuni casi di sincretismo, come l’uso di semi di lino (qui molto utilizzati) in prodotti a base di papaya fermentata e la proposta di prodotti da noi forse impensabili a livello normativo come quelli a base di Solanum dulcamara o Datura.

Una delle cose a mio avviso più piacevoli è tuttavia la comparsa nelle tiendas e nei negozi anche di prodotti commerciali di buon livello che uniscono l’utilizzo di piante della tradizione locale a droghe vegetali più internazionali, segno di un mercato tanto creativo quanto attento (finalmente!) a valorizzare la produzione e la tradizione fitoterapica locale. Un esempio è la promozione della squisita Horchata lojana, una tisana tradizionale del sud del paese e dell’area di Loja in particolare. Ottenuta da una miscela variabile di 25-30 erbe e colorata di rosso per la presenza tra le altre di Iresine herbstii (Ataco), Aerva sanguinolenta (Escancel) e fiori di Malva, viene impiegata sia come bevanda rinfrescante (la si serve sia fredda che calda) che come rimedio popolare per problemi di diuresi e gastrite.

Altri esempi riguardano la linea di infusi prodotti da Jambi Kiwa in collaborazione con Sangay a Riobamba, basati anche su piante della tradizione fitoterapica quichua, sui quali conto di tornare presto.

Tutto ciò ovviamente riguarda solo le realtà urbane, ma la presenza di questi prodotti può costituire un piccolo segnale di inversione di tendenza per queste zone. Secondo una dinamica che ricorda moltissimo quella dei nostri zii o nonni di campagna, che negli anni 50-60 hanno mandato al macero i mobili di noce e rovere massello per sposare la causa moderna dell’impiallicciato in formica, le culture tradizionali dei campesinos, delle popolazioni indigene e dei mestizos
vengono da queste parti percepite come qualcosa di terribilmente passe‘. Qualcosa di rurale ed intimamente sfigato, mi si passi il termine, se confrontato con il mito del modernismo (fatuo, vacuo e privo di basi culturali… in ultima analisi, un bidone) che stiamo vendendo a questi popoli.

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