La palma della cuccagna

seje.jpgseje.jpgSi pensa che lo sfruttamento indigeno delle risorse naturali sia sostenibile sempre e comunque ed invece, come al solito, quando si generalizza si rischia grosso. Come gli eventuali lettori di Collasso di Jared Diamond hanno appreso, la sostenibilità è un’arte, ma si avvale di alcuni vantaggi oggettivi, legati allo sbilanciamento verso le risorse ambientali dell’equilibrio ecosistema/consumo umano. In altre parole, lo sfruttamento indigeno è sostenibile fino a che la popolazione è contenuta ed i suoi consumi sono ridotti ed accorti, legati alla sussistenza della comunità. Lungi da me avviare un dibattito sul malthusianesimo, voglio invece portare un esempio semplice di come lo sfruttamento di risorse forestali per scopi commerciali possa essere vantaggioso e sostenibile solo se si opera una sintesi culturale equilibrata tra antico e moderno, tra aspettative e realtà. O, in ultima analisi, tra natura e mercato.

Jessenia bataua (o Oenocarpus bataua) è una palma amazzonica, molto usata dalle popolazioni indigene di Ecuador, Colombia e zone limitrofe, presso le quali è nota come Ungurahua o Sejè. Dai frutti si ottiene un olio utilizzato a scopo alimentare o cosmetico, per ammorbidire i capelli. I frutti sembrano grosse e lucide olive, scure a maturità e contengono un unico seme, durissimo. Curiosamente, forma e contenuto hanno un punto in comune: l’olio ha una composizione simile a quella dell’olio d’oliva. Tuttavia è abbastanza sensibile alla perossidazione e la sua lavorazione ai fini produttivi ha bisogno di una serie di accorgimenti tecnologici e trattamenti particolari atti a stabilizzarlo. L’olio ha un interesse cosmetico, è attualmente impiegato come ingrediente in alcune formulazioni della linea Natyr, nella fabbricazione di saponi ed inizia ad essere esportato anche verso altri paesi. Il metodo tradizionale di raccolta dell’ungurahua prevede però l’abbattimento della palma, una prassi sostenibile fino a che le palme abbattute sono legate alle esigenze di una popolazione indigena numericamente scarsa e tradizionalmente nomade. Lo spostamento ciclico permette infatti alle zone sfruttate di “ripredersi” dal punto di vista ecologico. Ma le dinamiche sociali, così come i consumi, fanno il loro corso. Al termine degli anni ’70, con l’invasione dell’Amazzonia orientale (soprattutto quella ecuadoriana) ad opera di coloni della Sierra, inizia lo scontro per i diritti sul territorio e le comunità indigene vengono confinate in spazi definiti, che ne limitano le caratteristiche nomadi. In pochi anni si passa dalla tradizione di cacciatori – raccoglitori, dove le comunità erano seminomadi e cambiavano zona ogni 5 – 10 anni, alla pratica dell’allevamento e dell’agricoltura di sussistenza. Quindi le comunità si trasformano in stanziali ed in pochi anni le risorse nell’immediato intorno della comunità iniziano a scarseggiare, tra queste la palma dell’ungurahua. Lo sfruttamento commerciale dell’olio di ungurahua e le necessità economiche che queste nuove società stanziali hanno (la stanzialità induce bisogni nuovi e favorisce la nascita dei commerci non più basati sullo scambio) rischiano di impoverire eccessivamente la popolazione di Jessenia bataua, rendendo necessario operare un cambio di mentalità nelle popolazioni indigene. Obiettivo: cercare un nuovo metodo di raccolta sostentibile per i frutti di Ungurahua.

La soluzione è stata trovata grazie ad un metodo di raccolta alternativo che prevede di non sacrificare la palma. Il sistema è denominato “bicicletta” e consiste in un insieme di attrezzature che permettono letteralmente di scalare la palma in sicurezza, tagliare l’infruttescenza e scendere, come fosse un palo della cuccagna. L’attrezzatura da arrampicata non prevede punte o ramponi e quindi non danneggia la corteccia della palma, che diventa quindi una risorsa produttiva in modo continuato nel tempo. Il metodo alternativo è stato introdotto da circa un anno nell’area popolata dagli indigeni Achuar dell’Oriente Ecuadoriano ed a tutt’oggi grazie alla collaborazione di alcuni tecnici italiani specializzati ed all’attivita dell’ONG Ecuadoriana Fundacion Chankuap’ sono stati addestrati 20 formatori Achuar che insegneranno alle diverse comunità come utilizzare il nuovo strumento.

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