Fitocosm-Etica, Sacha Inchi

La costante attenzione del mercato cosmetico per materie prime vegetali esotiche porta continuamente alla ribalta nuove piante. Come ogni evento non è un bene nè un male per se, ma senza dubbio è un fenomeno che rende indispensabile un aggiornamento permanente. Si tratta anche di una dinamica con valenze più ampie, perchè a cascata innesca riflessioni sulla sostenibilità (quante delle piante usate in fitocosmesi sono coltivate? Quante e quali vengono raccolte allo stato spontaneo? Con che potenziali rischi di impatto ambientale?), sull’eticità (nella filiera fitocosmetica, nella quale così forti sono le istanze bio e l’attenzione etico-ambientale, quale ritorno è garantito ai produttori, spesso contadini o piccole cooperative di Paesi in Via di Sviluppo? Come si muovono gli operatori del settore?), sul mercato (questi nuovi ingredienti esotici non diventeranno un nuovo strumento coloniale?) sul senso (l’uso di un ingrediente esotico è motivato sul piano funzionale o è solo uno specchietto per le allodole rivolto ad un consumatore tradizionalmente curioso e sensibile alle novità?).

Ed il consumatore consapevole (o il professionista responsabile) come può rispondere a queste domande? Cercando nei posti giusti e dedicando tempo e senso critico alla sua informazione, come sempre.

In questo contesto di ordine generale si inserisce la comparsa sul mercato europeo di specie botaniche ancora poco note al mercato italiano come Plukenetia volubilis (Euphorbiaceae), altrimenti conosciuta come Sacha Inchi. Si tratta di una pianta peruviana il cui abbondante olio (resa estrattiva attorno al 50%) risulta assai ricco in omega-3 (acido alfa-linolenico, anche oltre il 50%) ed omega-6 (acido alfa-linoleico, circa il 35%) ed in generale è costituito quasi esclusivamente da insaturi (93-98%). Nel 2006 l’olio si è aggiudicato il premio come miglior olio commestibile al World Ethnic & Specialty Food Show, ma i suoi utilizzi più che alimentari presentano potenzialità nel settore della cosmesi naturale e dell’integrazione, in analogia con altri oli fissi altamente insaturi come quelli di Rosa mosqueta e di Borragine. Ulteriori e più precise informazioni sulla composizione sono disponibili in questo documento del Ministero peruviano per l’Agricoltura (in spagnolo) o lanciando una ricerca sull’ottimo Seed Oil fatty Acids Database, dove sono reperibili anche i dati relativi ad insaponificabile e vitamina E.

La pianta cresce nella zona andina, è coltivabile anche su piccola scala e processabile senza necessità di know-how e tecnologie d’avanguarda. Presenta un habitus perenne e la sua fruttificazione continua e non stagionale garantisce una produzione costante durante il tempo (interessante questo report della FAO). E’ redditizia anche non in regime di monocoltura, ovvero in regime di coltivazione misto (policoltura) all’ombra di alberi ad alto fusto o inframezzata con orticole, nel rispetto delle migliori tradizioni della chacra andina. Inoltre, potendosi inserire in settori merceologici ad alto valore aggiunto come quello cosmetico, garantisce un adeguato ritorno economico ai produttori. Elemento importante, in risposta alle domande precedenti, è che attualmente molte delle materie prime innovative in fitocosmesi giungono a noi tramite i canali fair trade (che sta iniziando finalmente a muovere passi decisi anche nel settore cosmetico-funzionale), che garantiscono uno standard etico elevato nelle relazioni con i produttori e nell’attenzione ambientale. In particolare, l’azienda francese Savoirs des Peuples ha fatto del Sacha Inchi un proprio lead e si è spesa negli ultimi anni anche a difesa del mantenimento della proprietà intellettuale degli indios peruviani. Grazie all’iniziativa di Savoirs des Peuples si è ad esempio ottenuto, alla fine del 2007, il rifiuto di due brevetti realizzati in Francia su Plukenetia volubilis a partire dal sapere tradizionale di popolazioni andine, in conclusione di un processo iniziato alcuni anni prima (dettagli su WIPO). Una bella storia.

Cosa manca? Per costruire una filiera reale e completa mancano ancora molti passaggi (sia commerciali che produttivi e di ricerca) e gli studi sulla pianta sono decisamente agli albori: le pubblicazioni scientifiche sono poche decine e molte di esse riguardano aspetti botanico-floristici. Innanzitutto le conoscenze farmacognostichesemillas.jpg sono ancora limitate, mancano ad esempio indicazioni sulla variabilità fitochimica della specie o sull’ottimizzazione della fase di post-raccolta. Lacunosa è anche la parte strettamente tecnico-cosmetica (siccatività, resistenza all’ossidazione e stabilità, espressione di azioni funzionali sul derma, eccetera) e molto è demandato ad informazioni ottenute su oli di composizione simile, ma differenti (enotera, borragine, lino ecc.).

La ricchezza in acidi grassi insaturi è tale da rendere agevole l’uso fitocosmetico funzionale dell’olio di Sacha Inchi, rigorosamente spremuto a freddo, come emolliente e riepitalizzante topico. Nulla invece è stato fatto per valutare il possibile uso dell’olio nel’integrazione alimentare e nella prevenzione (per cui ad essere rigorosi le molte indicazioni reperibili in internet sul controllo del colesterolo o delle disfuzioni cardiovascolari sono non ancora giustificate a pieno e frutto di deduzione a partire dalle proprietà dei singoli costituenti o di oli analoghi anzichè di riscontro oggettivo). Poco, inoltre, si sa circa i possibili usi della frazione proteica (circa il 30% del seme) e dei cascami della spremitura, il cui sfruttamento potrebbe rendere ancora più sostenibile la coltivazione.

L’intero genere Plukenetia, infine, sembra essere un’interessante fonte di oli fissi ricchi in proteine ed in acidi grassi polinsaturi, come si può evincere dalle informazioni realtive a Plukenetia conophora di origine africana, il cui contenuto in omega-3 risulta essere ancora superiore (attorno al 70%), come descritto in questo articolo.

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